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Garibaldi, i Mille e la sgangherata conquista della Sicilia: parte prima

  1. Come nacque l'idea della spedizione dei Mille e chi ne preparò la partenza?

Di sicuro, non Cavour, che la ostacolò in continuazione e la temette, per il rischio di compromettere le relazioni internazionali con la Francia, l'Inghilterra e la Russia. Nemmeno Vittorio Emanuele II, che subito si impennò di gelosia verso la bella figura che stava facendo quel Garibaldi, mentre lui, il re, stava a Torino a fare la ciola. Dicono che ne tirasse le trame Crispi. Certo Garibaldi non era un buon organizzatore. La questione logistica delle imbarcazioni, delle armi e delle munizioni, dei mille volontari (forse poco più, forse poco meno) e dei soldi (raccolti pare in Inghilterra e Scozia ma anche negli stati italiani, con sottoscrizioni per la causa unitaria), non era cosa che poteva fare da solo.

  1. Ma chi erano i Mille?

Una raccolta disomogenea e folkloristica di gente, vestita in mille modi diversi, chi con le divise dell'esercito sabaudo appena disertato, chi (un centinaio) con la camicia rossa che diventerà poi famosa. Una buona metà laureati, l'altra metà del ceto medio. Contadini nessuno: l'Unità d'Italia non fu voluta dai poveracci che campavano a stento in tutto il territorio dello stivale. Armi vecchie e arrugginite (Cavour aveva fatto confiscare 500 buone e nuove carabine), munizioni poco e niente.

  1. Perché proprio uno sbarco in Sicilia?

Era iniziata, un mese prima dello sbarco a Marsala dei Mille, una rivolta contro lo stato borbonico, che però era stata repressa e sopravviveva solo in pochi focolai. Garibaldi tentennò fino all'ultimo sul partire o no, per non fare la fine di altri coraggiosi che, trovato poco sostegno popolare, erano finiti nelle mani delle autorità e infine giustiziati. Pare che Crispi abbia falsamente fatto credere a Garibaldi che la rivolta era forte e in pieno corso.

  1. Qual'era l'autorità di Garibaldi per imporre una dittatura militare?

Garibaldi si autoproclamò quasi subito “dittatore”, in nome di Vittorio Emanuele II, Re d'Italia. In realtà, Vittorio Emanuele Re d'Italia non lo era ancora, dato che il Piemonte aveva semplicemente annesso la Lombardia dopo l'armistizio di Villafranca. D'altronde, se le cose si fossero messe male, sia Vittorio Emanuele che Cavour erano pronti a scaricare Garibaldi e il suo seguito come una banda indipendente di rivoltosi senza alcun collegamento con lo stato sabaudo. L'autorità di Garibaldi era solo quella imposta dalle armi (seppur deboli) e dalla millanteria, materia in cui il generale andava forte e che sarà la base del successo dell'impresa.

  1. Come riuscirono mille soldati male in arnese a vincere contro almeno 20.000 soldati inquadrati, con armi e munizioni di qualità e ben posizionati territorialmente?

Se lo chiedono ancora molti storici. La fortuna, l'azzardo, l'abilità di Garibaldi e la forza degli ideali e della disperazione. Sulla strada per Calatafimi, il primo vero scontro, fu una vittoria fortunosa, una scaramuccia confusa vinta con assalti alla baionetta scoordinati, che disorientarono i borbonici, ben appostati su un'altura, in numero tanto maggiore che la proporzione era uno a tre, meglio armati. Quando la vittoria sembrava nelle mani dell'esercito borbonico, il generale Lanza, dalla sua carrozza (aveva settant'anni suonati, non andava più a cavallo) decise che la miglior mossa era di ritirarsi in buon ordine e lasciare il campo ai quasi sconfitti e increduli garibaldini.

La presa di Palermo è ancora più incredibile: la guarnigione contava quasi 17.000 soldati, Garibaldi, con i picciotti, era forse a 3.000. I borbonici erano chiusi in fortificazioni difficilmente espugnabili, forniti di artiglieria, munizioni e viveri. Eppure l'appoggio popolare ai garibaldini, la paura di rimanere isolati dal resto dell'esercito, l'arroganza di Garibaldi li convinse alla resa in cambio di potersi tutti liberamente imbarcare per Napoli.


Pubblicato il 22/3/2011 alle 1.0 nella rubrica Italianio ci sarà lei!.

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