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ilblogdellacosa Le cose hanno un fascino misterioso
Per parlare di periferie, definisco il centro
post pubblicato in Periferie, il 16 ottobre 2010


Dopo uno scambio di opinioni via commenti su Wilfing, ho rispolverato il mio caro e vecchio tema delle periferie. Mi sono infatti imbattuto in questa descrizione del centro di Tokyo, scritta da Roland Barthes e contenuta nel suo ricchissimo "L'impero dei segni", che sto rileggendo per la terza o quarta volta (la mia copia è Piccola Biblioteca Einaudi, 2004).

"Le città quadrangolari, reticolari (Los Angeles, per esempio) producono, così si dice, un disagio profondo: esse feriscono in noi un senso cenestetico della città, il quale esige che ogni spazio urbano abbia un centro i cui andare, da cui tornare, un luogo compatto da sognare e in rapporto al quale dirigersi e allontanarsi, in una parola, inventarsi. Per moleplici ragioni (storiche, economiche, religiose, militari) l'Occidente ha fin troppo ben compreso questa legge: tutte le sue città sono concentriche; ma, conformemente al movimento stesso della metafisica occidentale, per la quale ogni centro è la sede della verità, il centro delle nostre città è sempre pieno: luogo contrassegnato, è lì che si raccolgono e si condensano i valori della civiltà: la spiritualità (con le chiese), il potere (con gli uffici), il denaro (con le banche), le merci (con i grandi magazzini), la parola (con le "agorà": caffè e passeggiate). Andare in centro vuol dire incontrare la "verità" sociale, partecipare alla pienezza superba della "realtà".
La città di cui parlo (Tokyo) presenta questo paradosso prezioso: essa possiede sì un centro, ma questo centro è vuoto. Tutta la città ruota intorno a un luogo che è insieme interdetto e indiferente, dimora mascherata dalla vegetazione, difesa da fossati d'acqua, abitata da un imperatore che non si vede mai, cioé, letteralmente, da non si sa chi".

Barthes descrive il centro delle città occidentali per differenza, rispetto a quello che appare l'Oriente, ad un superficiale visitatore occidentale.
Parallelamente, la descrizione della periferia può nascere per differenza, partendo dalla descrizione del centro. Il centro è pieno: di simboli e di luoghi dello spirito, del potere, della parola, non più delle merci, o molto meno, da quando il grande centro commerciale ha iniziato a decentrare la grande distribuzione delle merci, costruendo per sé delle propaggini artificiali del centro (argomento da approfondire, abbandonato da anni dal dibattito architettonico).
La periferia è vuota: la "verità" sociale di Barthes non vi abita. La periferia è il luogo dei "borghesi", letteralmente degli abitanti del borgo, della propaggine vitale cresciuta parassitariamente ai bordi del centro, come luogo di espansione di una marea di abitanti che il centro non riesce a contenere.
La periferia è uno scatolone da riempire con tante scatoline dove alloggiare questi abitanti, gli stessi che andranno a riverire i luoghi del potere, dello spirito e del denaro.

Proverò a raccontare, nei prossimi post sulle periferie, alcune delle periferie che conosco. Non solo quartieri ma intere città, interi territori, intere regioni.
Business Academy Bexley: anche Foster può toppare!
post pubblicato in Architettura, il 4 ottobre 2010


Anche i grandi studi di architettura toppano! E così un'edificio che era stato elogiato dal jet-set dell'architettura mondiale e candidato al premio Stirling (una roba da inglesi), pare avere diversi problemi. Costi altissimi di gestione, vernice che vola via, tetto che perde e soprattutto, due soli spogliatoio per più di mille alunni!
Leggere per credere... e ho il dubbio che molti edifici "griffati" soffrano di questi problemi: chissà che questo sia solo il primo caso di "outing"!
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