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ilblogdellacosa Le cose hanno un fascino misterioso
Sulla mensola dei modellini mancava il Me 262
post pubblicato in Modellismo, il 26 ottobre 2009


Un aereo che non ha bisogno di presentazioni: il Messerschmitt Me 262 è un aereo epocale, che ha segnato la nuova era degli aerei a reazione, entrando effettivamente in linea nell'ultimo anno della seconda guerra mondiale. I tedeschi furono gli unici a crederci veramente, più di inglesi e americani, che invece nicchiarono sull'applicazione del motore a reazione, che stavano comunque sviluppando.
Il Me 262 è un aereo innovativo sotto molti aspetti, come la forma dell'ala a freccia o la sezione "a squalo", triangolare, della carlinga, ma non fu molto amato dai piloti, per la sua vulnerabilità durante i lunghi decolli e atterraggi e per la delicatezza dei due motori Jumo, con una spiccata tendenza ad incendiarsi per qualunque colpo brusco sulla manetta (ogni missione di Me 262 in volo virtuale dura poco...).



Il modellino che ho costruito, scala 1/72 (c'è bisogno di dirlo?) è della coreana Academy, di buona qualità sia nelle proporzioni che nel materiale e nell'incastro dei pezzi. Ho avuto un paio di difficoltà, dovute più che altro al mio povero background di costruttore di modellini. Ho scoperto infatti che, se nelle istruzioni c'è scritto di zavorrare il muso con un peso di qualche grammo, non si può sperare che sia una pignoleria di smanettoni della plastica: effettivamente, senza zavorra, l'aereo si "siede" sulla coda, e addio carrello a triciclo. Così, dopo aver già chiuso tutto il guscio della fusoliera, sono dovuto tornare ad aprirlo con il taglierino per farcirlo ben bene di minuscoli pesi da pesca da 1 grammo l'uno.
Altra difficoltà: verso la fine della guerra, le livree mimetiche degli aerei tedeschi erano fatte con tanti spruzzi isolati, una specie di puntinato casuale. Per me che dipingo a pennello e non ad aerografo, fare questi pallini spruzzati non è stato facile. Me ne sono uscito inventandomi dei puntini sbavati fatti a pennellino, che nel complesso mi sembrano soddisfacenti.
Unico dettaglio negativo: sulle mie mensole dei modellini non c'entra più niente...

Stasera, un Heinkel HE 111 H6 del 5./KG 26 (Grosseto, dicembre 1942)
post pubblicato in Modellismo, il 9 gennaio 2009
 

Il kit

Dopo essere stato mesi sulla mensola degli aerei da completare, finalmente pubblico le foto della mia ultima fatica. Ma la causa non è la qualità del kit della Revell tedesca (da non confondere con l’azienda madre statunitense) rigorosamente scala 1:72. Si tratta di un bel kit, con ottimi particolari dell’allestimento interno, grande cura in tutti i dettagli. Pezzi che si incastrano bene, nonostante siano davvero numerosi, facilità di distacco dallo stampato di ogni singolo pezzo, ottime decalcomanie ecc. ecc. Forse il kit più complesso che ho affrontato ma anche uno dei più soddisfacenti.



I tempi di realizzazione si sono allungati per impegni forzosi di lavoro e famiglia e una dose di pigrizia che accompagna il mio lavoro sugli aerei più grandi (mentre i piccoli caccia mi risucchiano sempre verso la conclusione…).

Per l’occasione ho anche comprato degli omini 1:72, ma mi sono dovuto accontentare di un set di marinai tedeschi della seconda guerra mondiale, dato che tutti gli altri che il mio fornitore mi offriva erano personaggi che brandivano come minimo un mitra (si sa, di solito attorno agli aerei parcheggiati non si svolgono battaglie di fanteria, piuttosto si muovono goffi uomini in tute blu sporche di grasso e sudore).



Un po’ di storia

Aereo che volò già nel 1936, alla sorprendente velocità di 400 Km/h, fu usato prima dalla Lufthansa come aereo passeggeri e subito dopo dalla Luftwaffe come bombardiere a medio raggio. Battesimo del fuoco nella guerra civile spagnola, miglioramenti nei motori e nella visibilità da parte dell’equipaggio (il muso fu reso tutto vetrato) portarono alla serie H, la più prodotta, e in particolare a questa serie H6. Risentì di anzianità già a metà del conflitto mondiale, ma il suo successore non fu mai pronto.



Venne rivalutato come aerosilurante e in questo ruolo lo ritroviamo a Grosseto, con lo stormo da bombardamento KG 26, a contrastare il traffico navale alleato sul Tirreno.

Ne furono prodotte comunque più di settemila unità, che non sono bazzecole. Sempre consigliata una visita alla voce su wikipedia, voce la cui lettura mi convinse a partecipare come contributore (seppure molto sporadico).

Introduzione al modellismo
post pubblicato in Modellismo, il 26 novembre 2008


Fra i vari boom degli anni sessanta abbiamo assistito a quello del modellismo che, appannaggio una volta per lo più di persone anziane che sul supporto del modellino amorosamente creato dalle loro mani rivivevano viaggi e avventure degli anni verdi, è oggi divenuto passione di tutte le età e di tutti i ceti sociali.

Sarà desiderio di evasione verso epoche e terre lontane attraverso il medium fantastico del modello, sarà anche la ricerca del gusto perduto di creare qualcosa con le proprie mani in una epoca in cui la produzione delle macchine ci sommerge, sta di fatto che oggi il modellismo appassiona un po’ tutti.

Ma questa generalizzazione (questo sfuggire del modello dalle mani del vecchio marinaio per passare in quelle del giovane operaio o del medico di fama) ha anche i suoi lati negativi, dati da una parte dalla necessaria genericità della produzione industriale che ci viene offerta, e dall’altra dal fatto che ciò che fa parte di una nave non si improvvisa e non si inventa.

La nave è una cosa viva, frutto di una ininterrotta secolare selezione naturale: oseremmo dire che è la creazione dell’uomo più simile all’uomo. Ogni cosa, ogni minimo particolare in una nave è rigidamente funzionale; è od era in quel modo e in quel luogo non a caso, ma per precisa ragione.

Un bozzello fuori posto, una cannone di un’epoca diversa, fanno lo stesso effetto di un uomo col naso piantato in fronte.

Così che il modellista vero, appassionato, che vuole che la sua nave sia la vera, fedele, viva riproduzione dell’originale tal che ogni particolare sia esatto nel modo, nel tempo e nel luogo, non può contentarsi delle generica approssimazione di una scatola di montaggio, in cui per necessità industriali, un modello di cannone è uguale per tre o quattro secoli.

Ha bisogno di sapere il come e il perché di ogni cosa, di ogni particolare, di ogni epoca. Ha bisogno di imparare la funzione di ogni particolare e rendendosene conto riprodurlo fedelmente.

 

Comandante Adalberto Parenti, introduzione al libro di Vincenzo Lusci, Modellismo navale statico antico, Lusci Editore, Firenze, 1972


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La 7: kit spartano cinese per ruvido caccia russo
post pubblicato in Modellismo, il 23 settembre 2008
 

1.
Il kit in plastica, scopro solo a casa, è cinese: HobbyBoss. Non solo: ha un sistema di montaggio veloce che consiste nell’avere fusoliera in un solo pezzo, ali in un altro unico pezzo e il resto in minuterie varie, come nei classici kit. I dettagli sono ridotti al minimo: non c’è cloche e pedaliera nell’abitacolo né la minima traccia di strumentazione, ma solo il sedile e senza cinture di sicurezza! Anche la superficie dei rivestimenti di fusoliera e ali è riprodotta con poche linee indicanti i limiti dei vari pezzi. Infine, le ali hanno una forma approssimata, che dà un aspetto quasi ad ala di pipistrello, quasi assente nell’aereo vero. Ma per il resto, un kit senza grosse pecche. Dimenticavo: le decalcomanie sono leggermente fuori scala e si fatica a farle entrare in particolare sui fianchi …



2.
Informazioni più abbondanti sull’aereo le trovate su wiki. Molto sinteticamente, il Lavochkin 7 era un caccia derivato direttamente dal La-5 (a sua volta derivante dal LaGG-3, con altro motore e forme). Differenza principale: strutture metalliche invece che in multistrato di legno. Un motore a doppia stella a dir poco rabbioso e doti di volo abbastanza buone, tanto da poter affrontare qualunque caccia ad elica tedesco avendo la meglio (pilota permettendo).



3.
Quello che ho realizzato è il modello del caccia “White 27”, pilotato dal pluridecorato Ivan Kozhedub (la livrea era rappresentata nel depliant del kit cinese in modo bislacco, sostituendo al grigio scuro un verde veronese con effetti stravolgenti). Kozhedub, dopo aver riportato già 48 abbattimenti su La-5, nell’agosto del 1944 passa su La-7 e continua a tirare giù gli Fw 190 Jabos che incrocia nelle sue missioni di “caccia libera” fino a raggiungere un totale di 62 vittorie aeree (con le quali si guadagna il titolo di miglior asso alleato). Il 19 febbraio 1945 sorprende ed abbatte anche un Me 262, l’unico jet effettivamente usato nella seconda guerra mondiale (e ancora tutt’altro che efficace…). Pare inoltre che nell’aprile del 1945, difendendo un B-17 attaccato da caccia tedeschi, abbia per errore attaccato la scorta di Mustang P-51, abbattendone due (ma gli americani lo scambiarono per un caccia tedesco… con il muso rosso!).

Il terrore del Pacifico: Grumman F6F 5N
post pubblicato in Modellismo, il 1 settembre 2008


Ottimo kit di montaggio della Italeri, scala 1:72 come al solito. Il polestirene è colorato in blu e l'effetto è davvero
originale. Ogni pezzo combacia perfettamente ( o quasi). Come al solito, le decals non sono particolarmente ricche, ma è anche vero che spesso abbandono quelle dettagliatissime che ti inducono ad attaccare minuscole scritte di 0,4 mm con strumenti lillipuziani e risultati discutibili. Unico neo forse la breve descrizione, che non spiega per nulla la versione dell'aereo, ovvero la F6F-5N, dove N sta per Night: è la versione di caccia notturno, con un "globo" appiccicato all'ala destra che è un radar e uno schermo supplementare per il pilota dove si proiettano le sagome di aerei in avvicinamento.



Ormai come di consueto, vi invio alla pagina dedicata di Wiki per la storia dell'aereo e del suo mpiego. Dico solo che fu
prodotto in circa 12.000 esemplari e segnò la riscossa dell'aviazione USA su quella giapponese (vedi episodi come il cosidetto "tiro al tacchino delle Marianne"), rivendicando il maggior numero di abbattimenti oprato da caccia statunitensi della seconda guerra mondiale.
Altro aspetto non trascurabile: pur essendo un aereo imbarcato su portaerei, l'F6F era un bel bestione. Lo potete vedere
comparando le sue dimensioni a quelle di un Messerschmitt Bf 109 G-6, caccia di terra non particolarmente grande. Nel volo su simulatori, l'F6F si rivela un aereo molto equilibrato, potente, buon incassatore.



Infine: mi sono dovuto comprare la vernice per dare l'effetto lucido ai colori acrilici che uso abitualmente, perché il
modellino lo richiedeva. Il luccichio (imperfetto) mi soddisfa.

Caproni Ca.311: è raro!
post pubblicato in Modellismo, il 24 luglio 2008


Un kit prezioso (ma non eccezionale)

Ho scoperto che il kit che ho montato (alla buona come sempre) stavolta, il Caproni Ca. 311 della Italeri, scala 1/72, è un’edizione limitata che (teoricamente) non si trova più in commercio. Il mio fornitore di Catania, cari miei, ha di codeste chicche! Il suddetto fornitore si sarà tra l’altro chiesto chi è questo tizio che ogni due tre mesi entra, non vuole essere aiutato, sta 20 minuti davanti agli scaffali, sceglie due tre scatole di aerei della SGM rigorosamente scala 1/72, paga saluta e se ne va.
Lì nel negozio, ci sono altri mondi modellistici che mi guardano: roba scala 1/48, per esempio. O navi in legno, aerei a reazione, elicotteri, torri medioevali da guerra, eccetera eccetera, e faccio sempre fatica a non essere risucchiato da questi altri mondi, visto che già con gli areoplanini della SGM (stimati in 80… ne ho già montati una dozzina!) finirò intorno al 2050.
Tornando a bomba, il kit sarà prezioso ma non è un granché: sicuramente è vecchietto, perché ci sono ancora i membri dell’equipaggio (oggi non vanno più di moda le presenze umane, chissà perché). Le varie linee del rivestimento di ali e fusoliera sono molto tenui e a rilievo invece che in negativo. E poi, accanto ai pezzettini da staccare non c’è il quadratino con il numero: se serve il pezzo n.24B, bisogna prendere le istruzioni e pazientemente cercare nel disegno di quale pezzo si tratta… E per finire le lamentele, anche le decals mi sembrano un po’ troppo sintetiche. Ahhh, mi sono sfogato: lo faccio nel mio piccolo blog visto che su Wiki non si può (giustamente) fare (se interessati, andate al bar del progetto Aviazione).


L’aereo

Anche stavolta vi rimando a wiki per la storia dell’aereo (che ritoccai io medesimo con la mia tastiera fatata) e dirò soltanto quel che ho letto su un’edizione Bizzarri, quasi a pappagallo. E cioè che i motori avevano la potenza di un tostapane (indi si volava a velocità risibili) ma pure il progetto non era così male, se non ci si fosse incaponiti nel trasformare un aereo da osservazione in un bombardiere di appoggio alle truppe di terra. E però aggiungo di mio che non basta seminare mitragliatrici qua e là per ottenere una buona difesa: con quella torretta, quella mitragliatrice sola e triste alla radice di una sola ala e quell’altra nella pancia, che prevedeva un mitragliere seduto allegramente sul vuoto, si sarà al massimo abbattuto qualche uccellino da polenta.

E queste foto?

Ho aggiunto un effetto virato giallo rosso per farle somigliare a foto a colori vecchie e sciupate. Lo so, convincono così così.

Il mio primo russo: MiG 3
post pubblicato in Modellismo, il 28 giugno 2008

La storia dell’aereo
Dietro ad un aereo ci sono tante storie e sarebbe forse noioso raccontarle tutte. Per una esposizione concisa ma esauriente della storia del MiG 3, vi rimando alla voce relativa nella Wikipedia italiana. Vorrei solo aggiungere che le vicende della nascita sui tavoli da disegno del progetto X o I-200, poi divenuto per i militari MiG 1 e, dopo altre modifiche, MiG3, c’è la storia tragica dell’URSS, in cui un progettista come Polikarpov si ritrova da un giorno all’altro disoccupato o quasi in base ai capricci del dittatore Stalin (ed è fortunato ad essere ancora vivo!).
Il MiG3 andò malino: aveva un motore potente ma pesante ed era difficile da pilotare. Mikoyan e Gurevic si riscatteranno più avanti con degli ottimi caccia a getto.
La “livrea” dell’aereo è molto spartana: il bianco si adatta alla neve di Mosca, dove operò con queste insegne.



Qualità del kit di montaggio
Per la prima volta ho utilizzato un kit del produttore tedesco Revell. Qualità discreta se non fosse per due soluzioni, davvero mal risolte:
1. il serbatoio che fu aggiunto sotto la pancia dell’aereo non segue il profilo inferiore della carlinga come dovrebbe e si deve lavorare di stucco e di carta vetrata;
2. i tubi di uscita fumi nel muso sono molto stilizzati e, invece di inserirsi in un piccolo incasso (come predispone di solito la Italeri, vedi mio ultimo modellino del Mustang), si posa direttamente, aggiungendo un ulteriore spessore di materiale assolutamente irrealistico. La scala 1:72 richiede delle sintesi coraggiose, non c’è dubbio. Ma si poteva fare meglio.

Alcune immagini d'epoca






Quei due allegri mattacchioni di Mikoyan e Gurevic...

P51 "Mustang": un aereo famoso
post pubblicato in Modellismo, il 27 maggio 2008
 

Il North American P51 “Mustang” è uno dei caccia simbolo dell’aviazione USA (e non solo) della seconda guerra mondiale. Appartiene alla generazione di aerei progettati a guerra già iniziata (1940). In particolare il “Mustang” fu progettato in meno di sei mesi e in altri 8 dal prototipo fu sviluppato il modello per la produzione: tempi da record.

Rispetto agli altri caccia del periodo, il “Mustang si distingue per una linea della fusoliera e delle ali molto originale. La versione di maggior successo e più prodotta fu la P-51 D, dove alle qualità di volo dell’aereo si sommò la potenza e affidabilità del motore inglese Rolls-Royce Merlin (lo stesso dell’altrettanto famoso Spitfire). Questa versione era dotata di un tettuccio a goccia in materile plastico (provate a volare su un simulatore di volo e capirete quale vantaggio di visuale si guadagna rispetto alle forme tradizionali di cappottine, squadrate e piene di longheroni metallici) e di un armamento di 6 mitragliatrici (preferite ai cannoncini perché il P51 affrontava soprattutto i caccia tedeschi).


Il classico ruolo del “Mustang” fu quello di scorta ai bombardieri a lungo raggio inglesi e americani in missione sulla Germania e sui territori occupati, così da limitare le perdite di bombardieri e impegnare i caccia tedeschi per distoglierli dagli attacchi sul suolo britannico. Ma si distinse pure nei teatri del Pacifico, come scorta ai bombardieri a largo raggio B-29 negli ultimi bombardamenti sul Giappone.

La versione che ho scelto di realizzare è del 1950, operante in Corea, dove gli USA si trovarono impantanati in un inatteso scontro con la Cina, finito con un congelamento dello status quo. In questa occasione, il “Mustang” fu utilizzato in un’altra delle sue funzioni, ovvero come assaltatore di appoggio ai movimenti delle truppe (per questo fu equipaggiato con missili e piccole bombe). In Corea in realtà il P-51 fu utilizzato anche come caccia “puro” e si trovò a fronteggiare gli ottimi MiG-15 supersonici forniti dall’URSS alla Cina. I jet americani, il North American F-86 Sabre su tutti, erano ancora “acerbi”: gli alti consumi e la necessità di lunghe piste ben preparate (disponibili solo nelle basi giapponesi) ne limitavano di molto l’efficacia.

Dopo molti affanni, il “mio” C.R.D.A. CANT Z 506
post pubblicato in Modellismo, il 24 marzo 2008

1. Questo è stato il mio primo modellino con una scatola Supermodel. Probabilmente sarà anche l’ultimo. Tralasciamo le inesattezze relative alla forma di ala, galleggianti e accessori: non sono io modellista da misurare con il calibro i millimetri e mi accontento di una idea generale dell’aereo, relativamente esatta. Ma entriamo invece nell’argomento materiale e realizzazione dei pezzi: grossolano il primo, grossolani i secondi. Inutile dire che ogni volta che si incontrano due pezzi, non sono complanari e bisogna lavorare di stucco e di lima. E ogni volta che si stacca un pezzo dalla sua gabbietta, ci si trova con globi più o meno grandi di plastica inutile, faticando a capire dove finisce il sovrappiù di plastica e inizia il pezzo vero e proprio.

La Supermodel era scomparsa dal mercato ma la Italeri l’ha riportata sugli scaffali, perché per alcuni aerei italiani storici non ci sono altri produttori tra cui scegliere. Ma non che la Italeri ci faccia una bella figura a mettere il suo nome dentro un pastrocchio del genere…

La documentazione per il montaggio è ugualmente scadente e molto sintetiche sono anche le decalcomanie.

2. Il C.R.D.A. CANT Z 506, detto Airone, invece è un bel progetto, prodotto dai Cantieri Riuniti Dell'Adriatico e dalla Piaggio. Un idrovolante grande e moderno (primo volo nell’agosto del 1935), progettato dall’Ing. Zappata, ottenne anche dei record di velocità e portata nel 1936. Ottimi i galleggianti, che gli permettevano di decollare con mare agitato, ottima la forma aerodinamica. Come in tutti gli aerei italiani, scarsi i motori (i definitivi saranno Ala Romeo, 750 CV di potenza massima, e di qui la antiquata formula trimotore).

L’Airone nasce come aereo civile per l’Ala Littoria. La versione B viene studiata per l’impiego come bombardiere marittimo, un ruolo improponibile per un aereo che raggiunge solo i 375 Km/h di velocità massima e scarsamente armato (nonostante la torretta Beretta e due posizioni di mitragliamento, poi portate a quattro). Entrato in linea nel 1938, già alla fine del 1940 veniva trasferito a funzioni di pattugliamento dei mari (divenendo così uno dei bersagli più semplici da abbattere per uno qualsiasi dei caccia Alleati moderni) e di soccorso (la sua vera vocazione, per cui verrà usato in Italia fino agli anni ’50).

3. Ho scelto di realizzare, tra le tre disponibili, la versione di aereo soccorso (B506 S), con le insegne tedesche. Mi piaceva l’idea di un aereo tutto bianco (e con i miei acrilici ho dovuto passarne tre mani per coprire il grigio della plastica!). Con effetti speciali che solo uno studio fotografico professionale può avere a disposizione (una torcia elettrica da 4,5 V, una sedia nera e una stanza buia), ho cercato di ricreare l’atmosfera di un salvataggio in mare notturno. Ed ecco qua il risultato


BIBLIO

Decio Zorini, “C.R.D.A. CANT Z 506 Airone”, Collana”Ali d’Italia, Ed. La Bancarella Aeronautica, Torino, 1997
AA. VV., “Ali italiane”, Vol.3, “1939-1945”, Compagnia Generale Editore, 1978

Uno Spit di sera
post pubblicato in Modellismo, il 21 febbraio 2008
 
Il Supermarine Spitfire è un aereo talmente famoso da essere spesso citato come il caccia più rappresentativo della seconda guerra mondiale. Disegnato da Mitchell nel 1935 per la sua piccola azienda Supermarine, conobbe numerosissime versioni e fu impiegato su tutti i fronti, a partire dalla nota “Battaglia d’Inghilterra”. Lo Spit era un outsider: la Supermarine aveva fino ad allora costruito piccole quantità di idrovolanti da gara (coppa Sneider). In Gran Bretagna lo Spitfire è ancora un simbolo della vittoria nella seconda guerra mondiale e potrete trovare moltissime notizie online.

Le ali sono forse il tratto più originale dello Spitfire: di forma ellittica, inconsuete ma efficaci, garantirono la longevità del progetto (primo volo nel 1936, radiazione degli ultimi esemplari nel 1950!), quando il crescere del peso degli armamenti e della potenza dei motori richiese superfici alari adeguate.

Il modellino che ho realizzato (scatola Italeri) è la versione MkV con livrea delle forze operanti su Malta, con bei colori sabbia e cioccolato.


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Alle 8 del mattino, sopra Mosca, verso il 1941
post pubblicato in Modellismo, il 15 gennaio 2008

Sono le 8 del mattino e il cielo è leggermente nuvoloso. Nubi soffici, intorno ai 1500 metri. Il sole brilla sulla neve di Mosca, su un paesaggio tutto bianco.
Laggiù a circa un chilometro ci sono due squadriglie di bombardieri russi, ancora non vedo chiaramente di che tipo. Al mio fianco i miei compagni di gruppo stanno iniziando le manovre per l’ingaggio dei bombardieri. Li guardo con curiosità per capire come intendono attaccare. Io cerco di prendere quota e mi preparo a virare di 180 gradi per trovarmi alle spalle dei bombardieri al momento giusto. Il mio FW 190 risponde con un rombo sommesso mentre porto la manetta al massimo. Scruto da tutti i lati dell’abitacolo, avanti e indietro, fino a farmi venire il mal di testa.
Il rombo dei bombardieri si avvicina. Stanno sfilando sotto di me. Aumento i flaps per virare più stretto e inizio la manovra. Sono troppo vicino, accidenti! Sento qualche colpo della difesa dei bombardieri che mi passa accanto, tento di aggiustare qualche mitragliata al bersaglio enorme che ho davanti ma mi impaccio e finisco in stallo.
Manetta al minimo, pedale al contrario della vite, manetta di nuovo avanti. Riprendo il controllo. I bombardieri sono più avanti e più in quota rispetto a me. Manetta al massimo e super boost. Per guadagnare velocità, abbasso il muso e perdo ancora un po’ di quota. Raggiungo quasi i 500 Km/h e ritiro su il muso. Punto i bombardieri, sono a quota 800m e loro saranno almeno a 2000. A questo punto sono troppo veloce, li sorpasso e li sento sopra la mia testa. Inizio a virare salendo di quota, per riprenderli di nuovo alle spalle.
Sono Li2, la versione sovietica dello splendido DC3 Douglas americano. Un aereo ben disegnato, dalle linee pulite, ottima preda perché con scarsa capacità di difesa, ma anche buon incassatore: ci vogliono diversi colpi di 20mm per buttarlo giù.
Ci sono. Mi avvicino ad un quota leggermente più bassa dei tre bombardieri per colpirli alla pancia. Miro e inizio a fare fuoco ad una buona distanza. I piloti dei bombardieri non provano neanche a virare. Il primo perde un’ala sotto i miei colpi e cade in vite. Il secondo esplode dopo una serie di colpi alla fusoliera (devo aver centrato un serbatoio). Il terzo mi sfugge mentre sparo colpi di mitraglia tutto attorno senza riuscire a sfiorarlo. Il mio FW 190 ha quattro cannoncini da 20mm ma sono troppo eccitato per gli abbattimenti precedenti e non riesco a tenere dritto l’aereo.
Mi accontento e chiedo alla radio la direzione di bussola per tornare alla base. 
Ecco il mio De Havilland Mosquito
post pubblicato in Modellismo, il 9 dicembre 2007
 

Debutto con il De Havilland Mosquito nella storia degli aerei britannici e per la prima volta tradisco la Italeri per un altro produttore di modellini, la casa giapponese Hasegawa. La qualità del kit è buona per un modellista come me che non si ferma a misurare i millimetri confrontando i disegni ufficiali dell’aereo. Il confronto con le foto che ho visto regge bene.

Un po’ di storia del progetto: pensato già nel 1938, l’aereo non ottenne successo presso il Ministero dell’aria inglese, dove non si comprese il ruolo che poteva avere un bombardiere leggero veloce quanto e più di un caccia. Il Mosquito era stato concepito con struttura completamente lignea (fu soprannominato “wooden wonder”): un punto a suo favore in tempo di guerra, con lo scarseggiare di materie metalliche. I primi Monquitos volarono nel 1941 come ricognitori (ovvero con sue fotocamere fisse per rilevare i punti da attaccare sul suolo nemico, ovvero Germania, nord della Francia e penisola scandinava). Vennero poi le versioni di bombardiere e infine di caccia notturno (equipaggiato per questo ruolo, divenuto sempre più importante dopo che i bombardamenti della Lutwaffe vennero effettuati di notte, con i primi sistemi radar portatili).

La versione che ho realizzato è la F.B. (Fighter Bomber, ovvero caccia-bombardiere) Mk VI, due motori Rolls Royce Merlin 25 da 1600 cavalli per arrivare ad una velocità massima di 583 Km/h, tangenza pratica (ovvero altezza raggiunta realmente in volo) di 10.000 metri. Un arsenale volante: 4 mitragliatrici da 7,7 mm, 4 cannoncini da 20 mm, 8 razzi e due bombe da 250 libbre.

Il Mosquito che ho completato appartiene al 418° squadrone, posto a difesa del territorio inglese (i colori sono quelli del Costal Command), pilotato da Lord R.A. Kipp, con numerosi abbattimenti di aerei tedeschi all’attivo.

Per concludere: del Mosquito furono realizzate 46 versioni, costruiti quasi 8.000 esemplari, usato in 18 paesi, rimase in linea fino agli anni ’60: questi numeri dovrebbero essere sufficienti a dimostrare la bontà del progetto, che per la sua originalità non venne subito compreso. In Germania avrebbe avuto subito successo: la formula del bombardiere leggero era stata già promossa dalla Lutwaffe alla metà degli anni ’30, ma con risultati tecnici molto minori (vedi le difficoltà dei Dornier Do 17, Messerschmitt Bf 110 e Heinkel He 111, ma anche il riuscito Junkers Ju 88 aveva prestazioni minori del Mosquito).

Messerschmitt Bf-109 G-6
post pubblicato in Modellismo, il 1 settembre 2007
 


Complici le vacanze estive, finalmente ho completato e pubblico il modellino di Messerschmitt Bf-109 G-6 della Regia Aeronautica, teatro: Sicilia 1943, in piena operazione Husky (ovvero invasione alleata). Su come Marina e Aeronautica italiane abbiano affrontato lo sbarco congiunto americano e inglese, non ho ancora le idee chiare: la storia si rivela una serie di racconti intricati, di milioni di fatti che hanno portato a quello che è accaduto. Lo storico per hobby (qual io sono e fui) si trova davanti al bivio degli atlanti storici, dove tutto ha una data e un nome quasi come nelle tavole pitagoriche, e i trattati-inchieste-ricerche-filmati, numerosi e contraddittori.

Torniamo all’aereo: il Bf 109 è il caccia per antonomasia della Luftwaffe, affiancato solo a guerra iniziata dall’Fw 190. Un bel progetto, che nel 1943 mostra un po’ di vecchiaia dovuta al fatto che i continui aggiornamenti, con motori più potenti e aumentato armamento, lo rendono meno maneggevole e meno veloce rispetto ai caccia concorrenti (Spitfire IX, se non ricordo male, e Mustang P 51-D). La versione che ho realizzato (Italeri, 1:72, tanto per cambiare) ha due cannoncini da 20 mm in due pod subalari oltre alle due mitragliatrici incassate nel muso e al cannoncino centrale (che fa capolino dalla punta del muso, soluzione piuttosto originale).

Sapete già che con questo aereo ho fatto diversi voli virtuali e mi sono effettivamente accorto che, rispetto ai miei avversari, sono piuttosto lento nelle (maldestre) manovre… Mi sono comprato anche il joystick, per togliermi la tastiera poco intuitiva di mezzo, ma non sono riuscito a farlo dialogare con “Il2 Sturmovich”. Grandi risultati invece (cioè il joystick funziona e io sono sempre una pippa) con “X-Plane flight simulator 7”, scovato a 10 euri e, a detta anche di mio cognato (ex pilota ultraleggero), molto realistico.

Sulla mensola dello studio (di cui allego un’immaginetta), un De Havilland Mosquito aspetta i suoi colori…

Ho completato uno Stuka
post pubblicato in Modellismo, il 24 giugno 2007
Breve descrizione dello Stuka e progetti per la costruzione di nuovi modellini
continua
Di dopolavoro faccio il pilota di caccia (della seconda guerra mondiale)
post pubblicato in Modellismo, il 10 giugno 2007
Eccoa cosa serve volare con un simulatore di volo di aerei della seconda guerra mondiale.
continua
Staccando l'ombra da terra
post pubblicato in Modellismo, il 28 aprile 2007

Succede a volte di imbattersi in libri che sembrano scritti per noi. Ma non per un noi qualunque: per quel noi lì del momento, 28 aprile 2007, con le nostre passioni e i nostri interessi del momento.

E’ successo a me con Staccando l’ombra da terra di Daniele Del Giudice, Einaudi. Un libro scritto con la testa e con il cuore, una bella prosa corposa e diretta, un modo di raccontare molto dettagliato e tecnico. L’argomento è il volo, trattato da vicino con molta umanità attenzione curiosità. Poi ci sono argomenti che pure sono i miei del momento: gli aerosiluranti S 79 della Regia Aeronautica, il divenire incessante delle nuvole, la paura e la meraviglia dell’essere lassù, innaturalmente per aria, a sbrigare manovre e calcoli, a sviluppare congetture e previsioni per fare in modo che la nostra ombra prima si stacchi da terra e poi, dopo il volo, dolcemente si ricolleghi a noi.

Riporto questa chicca e consiglio la lettura a tutti gli appassionati del volo.

“Il volo ha avuto a che fare con il mito finché non è stato umanamente realizzabile. Una volta inventato l’aeroplano, c’è una sola cosa al mondo cui il volo è veramente connesso, ed è l’infanzia. I piloti non hanno ali piumate, non sono angeli e tanto meno eroi, sono bambini adulti, bambini nascosti, bambini ben custoditi nella loro maturità, ben conservati dentro una delle imperturbabili professionalità che la vita ha loro assegnato ma legati all’infanzia con un elastico da fionda che gli sbuca dalla tasca.”





permalink | inviato da il 28/4/2007 alle 16:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Ho partorito l'S 79
post pubblicato in Modellismo, il 12 aprile 2007


Finalmente sono riuscito a completare la colorazione dell’ S 79 che aspettava da un po’ sulla mensola, montato e pronto. Ci sono alcuni errori ma in fin dei conti è pur sempre un modellino. Si tratta della prima serie degli S 79, senza la mitragliatrice del “gobbo malefico”, ovvero sulla gobba subito alle spalle della cabina di pilotaggio. La avrà la seconda serie, quella usata per gli aerosiluranti. Questo qua appartiene alla 18a squadriglia (è l’aereo numero 7 su un totale di 9 ceh componevano la squadriglia, chissà con quale criterio sceglie Maimeri!), 27° gruppo, 8° stormo, che operavano a Villacidro, in Sardegna, durante (è evidente dalle insegne) la seconda guerra mondiale. L’8° stormo partecipò alla brevissima campagna di Francia nel 1940.

Insieme al Cant Z1007 bis, l’S 79 è stato il principale bombardiere italiano della seconda guerra mondiale. Fu costruito in meno di 2.000 esemplari. Se confrontato ai numeri dell’USAAF, della RAF, o della Luftwaffe, fa un po’ sorridere: per questi corpi, ogni modello di aereo veniva costruito in almeno 5.000 unità. Ma si sa, la seconda guerra mondiale a Mussolini e ai suoi consiglieri era sembrato un pic nic di qualche mese.




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