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ilblogdellacosa Le cose hanno un fascino misterioso
"Tutti sistemati"
post pubblicato in Filosofia, il 11 marzo 2009
 

1. Werther vuole sistemarsi: “Essere … suo marito! Oh, Dio che mi creasti, se tu mi avessi concesso questa beatitudine, la mia vita intera sarebbe un perpetuo renderti grazia, ecc.”: Werther vuole un posto che è già occupato: quello di Alberto. Egli vuole far parte di un sistema, poiché il sistema è un insieme in cui tutti hanno il loro posto (anche se questo non è un buon posto); gli sposi, gli amanti, i trii, gli stessi emarginati (drogati ecc.), che sono a loro agio nella loro emarginazione: tutti, tranne me. […]

2. Che cosa ho da invidiare ai “sistemati” che mi circondano? Da cosa, vedendoli, sono escluso? Non certo da un “sogno”, da un “idillio”, da una “unione": le critiche dei sistemati a proposito del loro sistema sono troppe, e il sogno di unione forma un’altra figura. No, ciò che invidio nel sistema è una cosa assai modesta (e tanto più paradossale in quanto essa non ha risonanza): molto semplicemente, io voglio, io desidero una struttura […] Certo, la struttura non dà la felicità: ma ogni struttura è abitabile, e questa è forse la sua migliore definizione. Io posso benissimo abitare ciò che non mi rende felice; posso lamentarmi e al tempo stesso continuare a restare dove sono; posso rifiutare il senso della struttura che subisco e accettare senza troppo soffrire certi suoi cascami di tutti i giorni (abitudini, minuti piaceri, piccole sicurezze, cose sopportabili, tensioni passeggere); e di questa continuità del sistema (che lo rende propriamente abitabile), io posso avere il gusto perverso: Daniele stilita viveva benissimo sulla sua colonna: egli era riuscito a farne (nonostante l’evidente difficoltà) una struttura.

Volere sistemarsi, significa volere procurarsi, perpetuamente, un ascolto condiscendente. In quanto sostegno, la struttura è separata dal desiderio: ciò che io voglio è semplicemente essere “mantenuto”, così come lo è una prostituta di rango superiore.

Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, 1977

Una raccolta di saggi-flash sull'amore di cui consiglio a tutti la lettura. Riporto questro estratto perché l'ho sentito particolarmente "architettonico". Ma Barthes è tutto da leggere e rileggere...

Sulla contraddizione
post pubblicato in Filosofia, il 13 gennaio 2008
 “Coerente o incoerente che sia, nessuno può sottrarsi al mistero del sé. Probabilmente siamo tuti incoerenti. Il mondo è veramente troppo complicato perché una persona possa permettersi il lusso di conciliare tra loro tutte le cose in cui crede. Tensione e confusione sono importanti in un mondo in cui molte decisioni devono essere prese rapidamente. Miguel de Unamuno una volta disse: “Se una persona non si contraddice mai, ciò deve dipendere dal fatto che non dice niente”. In effetti, noi tutti ci troviamo nelle stesse condizioni di quel maestro Zen che, dopo essersi contraddetto più volte di seguito, disse a Doko che lo ascoltava perplesso: “Io non riesco a capire me stesso”.”

Douglass R. Hofstadter, Godel Escher Bach: un’eterna ghirlanda brillante, Adelphi, 2004




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Sul vedere e sul pensare
post pubblicato in Filosofia, il 13 gennaio 2008
 

“Vi è un’immensa differenza tra il vedere una cosa senza matita in mano, e il vederla mentre la si disegna.

O meglio, sono due cose assai differenti che si vedono. Anche l’oggetto più familiare ai nostri occhi diventa tutt’altro, se ci si mette a disegnarlo: ci accorgiamo che lo si ignorava, che non lo si era mai veramente veduto. Sino ad allora l’occhio non era servito che come intermediario Ci faceva parlare, pensare: guidava i nostri passi, i nostri generici movimenti; talvolta svegliava i nostri sentimenti. Ci rapiva, persino, a sempre per mezzo d’effetti, di conseguenze o risonanze della sua visione, che si sostituivano ad essa, e dunque l’abolivano per il fatto stesso di goderne.

Ma il disegno dal vero d’un oggetto conferisce all’occhio un certo comando che la nostra volontà alimenta. Bisogna qui volere per vedere e una tale vista voluta ha il disegno per scopo e insieme per mezzo.

Non posso precisare la mia percezione d’una cosa senza disegnarla virtualmente, non posso disegnare questa cosa senza un’attenzione volontaria che trasforma notevolmente quello che prima avevo creduto di percepire e di conoscer bene. Mi accorgo che non conoscevo affatto quello che conoscevo: il naso della mia migliore amica…

(Vi è qualche analogia con quel che accade quando vogliamo precisare un nostro pensiero con un’espressione voluta. Non è più lo stesso pensiero).”

Paul Valery, Degas danza disegno, SE, 1999.

“La maggior parte dei nostri pensieri, sensazioni, percezioni sono mal definiti in misura sorprendenti. Non avvertiamo questa mancanza di definizione, proprio come non avvertiamo la macchia cieca degli occhi: tutto ci sembra perfettamente chiaro. Ma, appena qualcuno ci rivolge una domanda inconsueta o ci fornisce un resoconto insolito delle proprie esperienze, ci accorgiamo che questa apparente chiarezza è solo un riflesso dell’ignoranza e della superficialità. Tuttavia, quel materiale amorfo che costituisce la nostra coscienza è suscettibile di miglioramento, può ricevere una forma definita grazie alle domande, alle descrizioni, ai resoconti sistematici, all’educazione. “

Paul K. Feyerabend, Dialogo sul metodo, Laterza, 2003
Miti moderni: l'uomo al servizio della tecnologia
post pubblicato in Filosofia, il 2 dicembre 2007

Sento dire da diversi pensatori, tipo il designer pieno di arie che si chiamo Enzo Mari o il filosofo Emanuele Severino, che la nostra civiltà corre un grande pericolo. La tecnologia, un tempo nostra schiava e strumento, oggi è diventato il nostro scopo di vita.
L'uomo vive per rendere più grande la tecnologia, per internet, per i telefonini, per gli aerei...
Questa idea della macchina che ha preso il sopravvento e decide le sorti umane mi sembra solo uno dei tanti miti che piace raccontare ai nostri filosofi, un po' come le fiabe per spaventare la sera i bambini (l'orco è qui tra noi!). Con Latour (Bruno), ho un'idea completamente diversa della tecnologia.
La tecnologia per me è una parte imprescindibile della cultura di un collettivo umano. Togliete l'arco in pietra ai romani, e avrete una civiltà monca. Togliete l'automobile al novecento, e cambierete la storia. Ma, attenzione, non la storia della tecnologia: la storia degli uomini. Gli strumenti non sono oggetti muti e schiavi: sono parti di noi stessi. Un uomo con un martello ha davanti a sé possiblità e capacità enormi rispetto ad un uomo senza martello (e non che il martello sia proprio l'ultimo ritrovato della tecnologia!).
Così internet e la telefonia mobile sono parte integrante della nostra cultura: hanno cambiato il nostro modo di vivere, amplificando le nostre possiblità di comunicare e di raggiungere gli altri. Ma senza di noi, che senso avrebbe internet? Come potrebbe vivere senza persone, senza utenti in carne ed ossa?
Nota cattiva verso i suddetti pensatori: non è che la vecchiaia sbarra la comprensione di certi fenomeni? Si stava meglio quando si scrivevano le lettere con il calamaio, li sento pensare, altro che e-mail! Chi non comprende il proprio tempo ha sempre opposto i bei modi di vivere di una volta alla supposta tragica realtà quotidiana. Lasciamoli lagnare.



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Le idee hanno i piedi?
post pubblicato in Filosofia, il 6 febbraio 2007
Si può considerare una idea senza tenere conto della persona a cui appartiene?
Quella branca del sapere che si chiama "logica" direbbe di sì: in fondo le idee si possono prendere, epurare dal contesto, e considerare sradicate e nude. Quindi si possono confrontare e, alla bisogna, vivisezionare: il princicipio di Linneo della catalogazione delle piante.
La teoria della comunicazione ha recentemente dato una spallata a questo mito: quando considerano una idea, le persone solitamente lo fanno alla luce del giudizio che hanno su chi quell'idea sta comunicando. Ecco perché la tv non fa il lavaggio del cervello, come lamentano alcuni intellettuali: io le cose che vedo alla tv le lfiltro attraverso il mio giudizio su chi parla.
A questo vorrei anche aggiungere la contestualizzazione, ovvere il fatto che la stessa idea, espressa in momenti storici  e per bocche diverse, ha significati diversi. Per questo facciamo esegesi dei testi: dobbiamo reinterpretare, sempre, per capire un testo antico o un vecchio film. Reinterpretiamo sempre, in fondo: ogni quadro, poesia, idea, rimane lettera morta se non c'è un uomo (una donna) che attualizzi, che renda vivo, sangue e carne, quel che è solo una serie di simboli, una cosa inanimata.



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INTERNI n.1-2 gennaio-febbraio 2007
post pubblicato in Filosofia, il 23 gennaio 2007

Prezzo: €10 con INDEX (raccolta di indirizzi del mondo del design italiano)

Direttore: G. Bojardi – Art Director: C. Radl

Pagine totali:118. Pagine di pubblicità: 56. Pagine di articoli redazionali o comparabili: 20. Percentuale pubblicità e redazionali: 64%.

Frasi paradigmatiche: “un contenitore dinamico e fluido per adattarsi ad una estrema flessibilità funzionale”, “alla fine, dopo una abbuffata di sapori che coniugano libertà espressiva, pluralismo linguistico, forme e materiali paradigmi di culture, spazi e tempi lontano-vicini, anche il mondano pentito ha bisogno di ritrovare il peso-forma e un ostile di vita più salutare…”

Locali pubblici: Hotel Marqués de Riscal (albergo e luogo di degustazione di vini in Spagna, il (solito) fuoco d’artificio di F. O. Gehry) – Caffè Lichtblick (sul tetto del municipio di innsbruk, un piccolo caffé sospeso di D. Perrault) – Fantasie d’Oriente (ristorante e lunge bar sugli Champs Elisées progettato da D. Gomez, “dialogo sottile e sensuale tra modernità e vintage”) – Katsuya Restaurant (atmosfera del Sol Levante, progettate da Ph. Starci, per un ristorante di una catena giapponese, a Los Angeles) – Hotel Nhow (Nuovo hotel flessibile ed eclettico progettato da M. Thun  e D. Beretta) – Anno Zero (ristorante giapponese a Milano, progetto Dordoni, Acerbi, Zaniboni) – Di luce e di pietra (relais in Puglia. “muri” storici e atmosfere moderne) – New York Palace Hotel a Budapest (recupero di uno storico albergo, progetto Iosa Ghini Associati) – La nuova Rinascente (rinnovamento del negozio sulla base del nuovo posizionamento strategico del gruppo, progetto Cibic Associati e altri)

Fiere, mostre, eventi: London Design Festival, Tokio Design Week 2006, Habitat Valencia Forward 2006 – Helsinki Design Week – 50+2 Y Italian Design (mostra allestita da Interni sul design italiano degli ultimi 50 anni tenuta a Pechino) – Abitare il tempo, Verona – Ceramic Springs al Cersaie 2006 di Bologna – Preview del Salon du Meuble 2007, con i progetti di 4 istallazioni per il Salon Futur Interieur (le abitazioni ideali progettate da C. Colombo, S. Micheli, P. Navone, C. Pillet) – Macef 2006 – Preview Macef 2007 – Mostra Freestyle: new Australian Design for Living , a Milano.

Personaggi: Michael Lin (un taiwanese che decora tutto con fantasie tradizionali del suo paese) – Carlo Colombo (il designer che in poco tempo si è guadagnato al fiducia delle major del design italiano) – Maarte Van Severn disegna una chaise longue per Pastoe – Philips (prodotti innovativi del centro di ricerca della casa olandese. Filosofia: migliorare la vita di tutti i giorni, con una tecnologia semplice da usare e non ostentata) – John Baldessarri (artista visivo che elabora fermo-immagine di centinaia di film).

Raccolte di oggetti: Alpine design (abbigliamento e oggetti “invernali”) – Seventies in bianco e nero (arredi ispirati ai ’70, senza colore) – Work in Lightness (arredi per il nuovo ufficio, che richiamano la leggerezza) – Twist design (arredi improntati a torsioni, rotazioni, stiramenti, sinuosità)

Giudizio finale: Interni si rivolge ad un pubblico di specialisti del settore, come testimonia uno strumento di lavoro (e di visibilità) come INDEX, dove sono raccolti dai designers ai negozi, ai produttori, alle agenzie pubblicitarie, ai fotografi del mondo del design italiano. In questa rivista non si parla di abitazioni ma di luoghi pubblici. Buona parte degli articoli è dedicata a show room e fiere, luoghi deputati agli specialisti. In particolare, Interni è una vetrina per i professionisti che vanno per la maggiore: si dedicano loro degli articoli, si scelgono locali progettati da firme consolidate, come Starck o Gehry. Alla ricerca nel design e nell’arte è dedicato poco spazio.

Interni è una cartina tornasole delle tendenze in atto: non anticipa ma celebra le tendenze e i personaggi (e le aziende) che ce l’hanno fatta, che hanno successo. I testi degli articoli sono molto vaporosi, superficiali: sono lunghe didascalie alle immagini, vere protagoniste.




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Uno nessuno centomila
post pubblicato in Filosofia, il 14 gennaio 2007
“Io posso credere a tutto ciò che voi mi dite. Ci credo. Vi offro una sedia: sedete; e vediamo di metterci d’accordo.
Dopo una buona oretta di conversazione, ci siamo intesi perfettamente.
Domani mi venite con le mani in faccia gridando:
- Ma come? Ma che avete inteso? Non mi avevate detto così e così?
Così e così, perfettamente. Ma il guajo è che voi, caro, non saprete mai, né io vi potrò mai comunicare come si traduca in me quello che voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi, la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo noi, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto di intenderci; non ci siamo intesi affatto.
- Ma perché allora, santo Dio, seguitate a fare come se non si sapesse? A parlarmi di voi, se sapete che per essere per me quale siete per voi stesso, e io per voi quale sono per me, ci vorrebbe che io, dentro di me, vi déssi quella stessa realtà quella che voi vi date, e viceversa; e questo non è possibile?
Ahimé, caro, per quanto facciate, voi mi darete sempre una realtà a modo vostro, anche credendo di buona fede che sia a modo mio; e sarà, non dico; magari sarà; ma a un “modo mio” che io non so né potrò mai sapere; che saprete soltanto voi che mi vedete da fuori: dunque un “modo mio” per voi, non un “modo mio” per me.
Ci fosse fuori di noi, per voi e per me, ci fosse una signora realtà mia e una signore realtà vostra, dico per sé stesse, e uguali, immutabili. Non c’è. C’è in me e per me una realtà mia: quella che io mi do; una realtà vostra in voi  e per voi: quella che voi vi date; le quali non saranno mai le stessa né per voi né per me.
E allora?
Allora, amico mio, bisogna consolarci con questo: che non è più vera la mia della vostra, e che durano un momento così la vostra come la mia.”
[…]
“Voi credete di conoscervi se non vi costruite in qualche modo? E ch’io possa conoscervi, se non vi costruisco a modo mio? E voi me, se non mi costruite a modo vostro? Possiamo conoscere soltanto quello a cui riusciamo a dar forma. Ma che conoscenza può essere? E’ forse questa forma la cosa stessa? Sì, tanto per me, quanto per voi; ma non così per me come per voi: tanto vero che io non mi riconosco nella forma che mi date voi, né voi in quella che vi do; ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a darmi. E come? Ma costruendomi, appunto.
Ah, voi credete che si costruiscano soltanto le case? Io mi costruisco di continuo e vi costruisco, e voi fate altrettanto. E la costruzione dura finché non si sgretoli il materiale dei nostri sentimenti e finché duri il cemento della nostra volontà. E perché credete che vi si raccomandi tanto la fermezza della volontà e la costanza dei sentimenti? Basta che quella vacilli un poco, e che questi si alterino d’un punto o cangino minimamente, e addio realtà nostra! Ci accorgiamo subito che non era altro che una nostra illusione.”

Luigi Pirandello, Uno nessuno cetomila, 1926.
Così illuminante, così attuale.



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L'era dell'accesso
post pubblicato in Filosofia, il 30 dicembre 2006
"La nuova era è ambigua e diversificata, divertente e allegra, tollerante e caotica; è eclettica e molto irrivrente; ideologias, verità inalterabili  e leggi ferree sono messe da parte per fare spazio a rappresentazioni di ogni tipo"
"L'ortodossia architettonica ha ceduto il passo all'iconoclastia e a un atteggiamento che tende a giustificare qualsiasi invenzione, purché in grado di catturare l'attenzione e far parlare di sé"
"Fino a quando l'attività dell'uomo è stata legata al territorio lo Stato ha avuto senzo. Ora che la vita economica e sociale è sempre più svincolata da qualsiasi considerazione geografica, lo Stato ha ancora ragione di essere?"
"I fondamentalisti cercano la stabilità in una società in perpetuo cambiamento e tentano di tenere a bada ogni evoluzione risacralizzando il territorio. In un mondo sempre più legato alla dimensione del tempo, rimangono fieramente fedeli allo spazio: sono chiusi per natura e considerano ogni forma di accesso un'influenza contaminante".

J. Rifkin, L'era dell'accesso, Mondadori



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Elogio della pratica (in molti campi)
post pubblicato in Filosofia, il 28 dicembre 2006


Nelle mie scorribande all’interno dell’epistemologia, noto che i discorsi di scienziati, sociologi e studiosi ibridi vari sono spesso troppo teorici.
Si vanta il linguaggio esatto della scienza? Bisognerebbe andare a vedere nei laboratori come la scienza si costruisce tutti i giorni, la fatica che c’è dietro ad ogni esperimento. E quanto ogni studioso faccia uso, a monte di qualunque ricerca, dei procedimenti analogici e metaforici, per poi costruire esposizioni formali tutte ricavate da passaggi logici. (Devo a B. Latour questo punto di vista, in particolare al suo libro Non siamo mai stati moderni, Eleuthera).
Si vantano le grandi conquiste della tecnologia e il progresso inarrestabile dell’automazione? Si guardino i tanti disastri disseminati lungo la storia delle innovazioni tecnologiche, dal sistema ferroviario atmosferico (G. Basalla, L’evoluzione della tecnologia, Rizzoli) ai numerosi “stupidi errori fatali” che hanno affossato le aziende pioniere di software e hardware di personal computer (M.R. Chapman, Alla ricerca della stupidità. 20 anni di “disastri” hi-tech, Mondadori).
Si inorridisce nei confronti degli sconvolgimenti dovuti alla globalizzazione? Bisognerebbe andare a vedere da vicino quali conseguenze questo fenomeno ha portato: chi si è impoverito, quali economie sono state distrutte e quali resuscitate. I corridoi e gli uffici delle famigerate multinazionali non sono in fondo piene che di uomini sudati preoccupati per il loro posto di lavoro e per l’andamento degli indici delle borse mondiali (ancora Latour).
Si riportano sondaggi sociologici a destra e manca: ma quanto è significativo il campione scelto? E soprattutto, come possiamo essere sicuri che chi partecipa ai sondaggi dice la verità oppure mente, restituendo un’immagine idealizzata di sé? (R. Lewontin, Sesso bugie e scienza sociale, in Il sogno del genoma umano e altre illusioni della scienza, Laterza).
Si magnifica o si denigra l’importanza che la moda ha raggiunto nella nostra società? Si vada a misurare lo scarto tra l’immagine della moda, veicolata dalle sfilate e dalle riviste specialistiche, e la moda veramente indossata per le strade e nelle case (R. Barthes, Il senso della moda, Einaudi).
Infine, per i miei colleghi architetti: ci si lamenta della qualità delle costruzioni e dei committenti. Ma si è mai analizzato il modo di abitare oggi, degli uomini donne bambini veri, quelli in carne ossa e sentimenti e cultura? (non ci serviranno a niente le carte di Enzo Mari, che arditamente Domus ha pubblicato recentemente, non è immaginare come abita un pugile che ci serve ma andare a casa sua e vedere!).




permalink | inviato da il 28/12/2006 alle 0:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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