.
Annunci online

ilblogdellacosa Le cose hanno un fascino misterioso
Vita da designer
post pubblicato in Design, il 26 luglio 2009
 

Se si vuole avere un’idea del mondo (dell’architettura e dell’arredo) leggendo una rivista italiana, bisogna andare a cercare tra le righe. Il più delle volte, ogni articolo presenta la vita tutta successi e intuizioni di giovani o affermati designer/architetti o di edifici/oggetti riusciti, al top delle vendite, che hanno fatto storia, che tutti i negozi di tendenza presentano in vetrina, e via incensando.

La vita di tutti i giorni, si sa, è molto più dura.

Propongo la rilettura di tre storie, prese a prestito da “Case da abitare” di luglio/agosto. La testata in sé è pretenziosa e imbalsamata, stampata in toni colorati di sapore retrò. Però contiene germi che, se saputi ben piantare, possono dare qualche frutto.

La prima storia è quella della giovane (un quarantina d’anni?) designer Cecilie Manz di Conpenaghen, che pare abbia raggiunto recentemente il successo con progettini da Salone Satellite (però ha vinto dei premi e ha disegnato tre cose per marchi importanti del nord europa). Vuoi per la verve piattamente celebrativa del redattore dell’articolo (Filippo Romeo), vuoi per il modo di fare silenzioso della scialba danese (la suddetta designer tira fuori uno per volta dalle scatole le sue realizzazioni e non dice niente), si ha l’impressione che il mestiere di designer oggi sia quello di mettere insieme trovate fighettine con le gambe molto corte.

Il secondo personaggio è molto più scafato: Makio Hasuike (nella foto) è un giapponese emigrato a Milano nel 1967, dalla cui matita sono usciti un migliaio di progetti. E’ in particolare il creatore del marchio MH Way, che ha segnato la vita, con tubi e cartelline, di tutti gli studenti e gli architetti negli anni in cui si disegnava solo con il tecnigrafo e le squadrette (quindi anche la mia …). Questo marchio, apprendiamo, nacque per dare risposta ad un amministratore delegato che sosteneva che in un’azienda il design conta solo per il 20%: Hasuike scoprì, con questa avventura, che conta ancora meno! Il personaggio è concreto e buca il velo mitologico di cui lo vorrebbe ammantare il redattore dell’articolo (Lia Ferrari). Un’altra massima degna di nota: inutile disegnare oggetti ruffiani, che galleggiano sulle tendenze di moda nello stesso momento in cui si progetta, perché ne uscirebbe una proposta poco apprezzata dal pubblico e già vecchia. Meglio pensare, in base ad una propria analisi/intuizione, quel che sarà utile e ancora non c’è. (Cosa non facile e che raramente riesce, aggiungo io). Incredibile: il finale di questo articolo sembra una squalifica completa della designer danese sopra descritta!

Terzo soggetto: MDF Italia. Un’azienda, perbacco! Di solito il palco spetta solo ai designer/architetti, mentre aziende e costruttori (nonché committenti) restano in una densa ombra. Scremando la retorica piena di successi e foriera di magnifiche sorti e progressive (redattore Fabrizio Sarpi), il sodo è ciò che segue: dopo aver venduto le loro aziende al gruppo di Poltrona Frau (da qualche anno onnivoro divoratore di marchi storici del design italiano), i Fratus (patron di Alias) e Cassina (patron di Cassina) hanno comprato MDF e la stanno modificando per farle assumere un volto più vicino ai loro gusti, sensibili al design fighetto dei piccoli numeri (20 milioni di fatturato annui) ma del grande italian style. Il risultato è la collaborazione con nomi tipo Jean Marie Massaud (che disegna una banalissima sedia a scocca declinata in centinaia di finiture trasversali, così che la versione base possa costare solo 200 euri) o tavoli lunghi fino a 4,80 m in soli 3 cm di spessore (un gran lavoro di ingegneria, senza dubbio… ad avere una stanza abbastanza grande dove metterlo!). La morale che traggo da questa favola: tanta voglia di ricominciare, pochissime idee da spendere.

Il mio (sofferto) rapporto con il design
post pubblicato in Design, il 27 ottobre 2008
 

Il concetto di “design” in italiano parte già male: traducendo “industrial design” negli anni 50-60, con “disegno industriale” si sviliva e rimpiccioliva il senso della parola inglese, che non solo al disegno guarda ma alla progettazione-ideazione in generale.

Vuoi per i fraintendimenti, vuoi perché la parola “design” si è spesa più per alcuni arredi che per altro, è finita che per la cultura di consumo, da rivista mensile, il design è diventato il carattere distintivo di alcuni arredi, e poco più. Chi vuole ostentare le sue idee progressive e originali, si arreda la casa con i mobili di design.

Ci sono cascato anche io. Anni fa, ubriacato dalla storia e dai personaggi di questo ristretto mondo del design italiano, artificialmente tenuto vivo da alcune piccole ma orgogliose e storiche aziende del settore, mi sono messo a disegnare, pardon, progettare delle cosette per la casa, riuscite in parte, in parte poco convincenti. Dopo tanto entusiasmo e spremitura di meningi, alla ricerca della FORMA giusta, innovativa, irresistibile, pop ma non banale, chic ma minimale, dopo aver partecipato a concorsi improvvisati e aver corteggiato grandi nomi , nomi meno conosciuti ma anche perfetti sconosciuti del Salone del Mobile milanese (grande kermesse del settore dove ci si conta ogni anno), ho iniziato a diffidare. Ho pensato anche che il design fosse un falso, un’invenzione, un artificio.

Dopo un paio d’anni di “separazione”, ci siamo incontrati di nuovo. Ma in due mondi lontani e opposti, in cui non mi sarei aspettato di vederci! Da una parte, gli aerei: applicazione esemplare dell’industrial design, quello sulla breccia, stressato da problemi tecnici,da continue revisioni e richieste di prestazioni sempre maggiori. Per questa via, ho iniziato a fare modellini di aerei, studiandone le forme, le prestazioni, le storie (di macchine e di uomini).

Dall’altra parte, le barche a vela, gli yachts in particolare, studiati sul libro eccezionale di Sciarelli, (ancora edito da Mursia), ammirate soprattutto da riva (abito vicino ad un porto, sul mare, perbacco!). Anche qui il design ha uno sprone continuo, la velocità dà vittorie, fama e soldi. La forma degli scafi e il corredo di vele non si possono scegliere solo perché in tinta con la moquette del salone, ma devono avere un senso legato all’uso: con il mare non si scherza.

In sintesi: il design delle poltrone, gigionesco e un po’ inutile, l’ho lasciato da parte. Seguo il design utile e necessario, sugli aerei e sulle barche, dove le scelte progettuali hanno conseguenze dirette e confrontabili.

Il salone del mobile 2008 secondo me
post pubblicato in Design, il 1 maggio 2008
 
Travisando l’introduzione (di M.C. Tommasini) della rassegna che Domus n.912 dedica all’evento del Salone del Mobile, che provoca ogni anno ad aprile una piccola scarica di elettricità alla compassata città di Milano, potrei dire che, come al solito, in questa “settimana del design” c’era un grande vuoto di idee declinato in una sterminata variante di forme.
Ho visto relativamente poco: quattro padiglioni in fiera (quelli delle aziende storiche) e qualche fuorisalone (Superstudio in Via Tortona e quel che c’era di gratis alla Triennale). Ho anche sfogliato qualche rivista e guida.
Il simbolo del Salone 2008 per me è la libreria Zen di Marcel Wanders per Moooi Bv (Moooi è per metà di B&B) che qui vedete in foto. Dentro una scansione regolare di spazi (la solita libreria di legno, direbbe il vistatore di salone medio, che palle!) si trova un Ufo. Un oggetto bianco non identificato spiaccicato lì come un chewingum che non c’entra niente con il resto. Un colpo ironico alla Moooi, pensai subito. Poi riflettendoci: piuttosto un grido di disperazione di chi (povero designer) non riesce ad uscire dal tunnel della forma già vista, rivista, vista ancora e ancora. “Salvateci da noi stessi” è il messaggio che ho messo in bocca all’inerme Wanders (che non credo leggerà mai questo mio umile post e dunque mai avrà diritto di replica. Peccato).

Il Salone ogni anno deve inscenare la grande ricerca di nuove forme, costringendo i progettisti (ma qui si preferisce dire “creativi”) ad una drammatica ricerca dell’Idea, la Trovata Originale. E’ tutta carta pesta: il laminato della Abet disegnato da Karim Rashid, ad esempio, non lo vuole nessuno perché fa venire il vomito dopo due minuti che lo si guarda. Sarà un flop commerciale e vincerà qualche premio della critica. Altro esempio: inutile stirare una libreria per il lungo e per il largo, laccarla a colori sgargianti, ridurla a quattro piani di lamiera o ad un puzzle di rettangoli differenti: da circa 3.000 anni le librerie hanno la stessa funzione e la stessa matrice formale.
Mi viene in mente Sottsass che diceva che il design (così si chiama in Italia il mondo dell’arredo moderno) è come un bimbo piccolo che sbraita, rompe tutto e sbava, perché ha solo cento anni e dobbiamo lasciarlo crescere.

Il prossimo salone che voglio visitare sarà quello del 2015: voglio restare stupito di vedere una idea originale.

Al Salone quest'anno non ci sono andato
post pubblicato in Design, il 11 maggio 2007
Quest'anno niente Salone del Mobile. Avevo un po' voglia di fare un salto a Milano, per girare librerie soprattutto e respirare aria di città un po' internazionale e un po' provinciale, come è Milano.
Ma gli impegni familiari (una figlia...) e una certa nausea mi hanno tenuto a casa.
Ho la nusea, lo ammetto, quando metto il naso nel campo dell'arredo che in Italia si dice di design. Non ne posso più delle solite aziendone italiane che poi sono aziendine, giovani designer strampalati e improvvisati, mostre improvvisate senza spessore culturale.
Ho fatto un ragionamento che ha bloccato ogni mia velleità progettuale nell'arredo e ve lo espongo, come un piccolo indovinello amaro: quali sono le conseguenze di un progetto di poltrona sbagliato, bello ma scomodo? e quali quelle di un progetto di aereo sbagliato, bello ma impossibile da tenere in aria?
Ecco, aria. Ho l'impressione che nell'arredo si frigga molta aria. Forse c'è una via anche lì per friggere anche della ciccia, ma da un paio d'anni non ne vedo. Au revoire.



permalink | inviato da il 11/5/2007 alle 19:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Invenzione e contesto
post pubblicato in Design, il 26 gennaio 2007

… non tutte le varianti di un manufatto hanno la stessa importanza. Alcune non hanno alcun valore operativo; altre sono inefficienti; altre ancora sono efficienti ma la loro influenza sul piano tecnico e su quello sociale è scarsa. Solo poche varianti sono virtualmente in grado di dar vita a una nuova serie di manufatti che arricchiscano il flusso degli oggetti foggiati dalla mano dell’uomo, esercitino una reale influenza sulla vita umana e possano legittimamente aspirare al titolo di “grandi invenzioni”, di vere e proprie “svolte nella storia della tecnologia”.

Furono la crescente domanda – in patria e all’estero – di cotone a buon mercato e la limitata disponibilità di schiavi e di operai salariati per la pulitura manuale del cotone grezzo che indussero a riconoscere l’importanza della sgranatrice di Whitney. In una società nella quale avessero avuto la prevalenza i tessuti di lana o di lino, o fosse stato ampiamente disponibile il lavoro manuale a basso costo, la macchina di Whitney non sarebbe mai servita come prototipo di quella che, in seguito, diventò una vera inondazione di macchine sgranatrici più potenti ed efficaci. Nell’uno o nell’altro tipo di società la sgranatrice del cotone sarebbe stata una semplice curiosità meccanica, priva di ogni influenza sociale, economica o tecnologica.

In conclusione, il significato di un’invenzione non può essere determinato soltanto in base ai suoi parametri tecnologici: non può essere valutato come se essa fosse una cosa in sé. Un’invenzione è considerata “grande” solo se un certo tipo di cultura le attribuisce grande valore; anche la fama del suo inventore è legata ad alcuni valori culturali. Nei due mondi alternativi ai quali abbiamo accennato Whitney non sarebbe stato onorato come un eroico inventore; sarebbe stato ignorato o tutt’al più considerato l’eccentrico costruttore di un banale congegno.

 

Da Gorge Basalla, L’evoluzione della tecnologia, Rizzoli




permalink | inviato da il 26/1/2007 alle 23:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il minimalismo è alla frutta
post pubblicato in Design, il 1 dicembre 2006
Finalmente, il minimalismo imperante dai '90, monastico e ariduccio, dà segni di cedimento.
Scricchiolii sempre più rumorosi. Già tutta l'avanguardia dei designer ha passato il Rubicone, un nuovo divertito e sofisticato eclettismo prende piede.
Vintage e tecnologia, Luigi XVI e Panton: viva il collage, il mescolamento delle epoche e degli stili, la personalizzazione degli ambienti. Aria nuova, finalmente.
Respiriamo.



permalink | inviato da il 1/12/2006 alle 17:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Un saluto a Vico Magistretti
post pubblicato in Design, il 20 settembre 2006

Naturalmente, non lo conoscevo. Ho visto suoi progetti, ho letto interviste ecc. Di sicuro, è stato un personaggio importante, uno di quegli uomini-simbolo di un'epoca, quella del design italiano degli anni 60.
Vi invito a leggere una sua intervista qui, dove si capisce che Magistretti era uno molto lucido, semplice, diretto. Il mondo di Magistretti oggi non c'è più, una popolazione di designer ha invaso il campo. E di quelli che sperimentano, discutono con i produttori, si divertono facendo cose memorabili, non se ne vedono più. Soprattutto non si parlano più, i progettisti tra di loro, di progetti (almeno in Italia).

Ciao signor Magistretti.




permalink | inviato da il 20/9/2006 alle 19:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Evviva il desing normale, che noia il design normale
post pubblicato in Design, il 28 luglio 2006
Ciclicamente il mondo del design si chiede che cosa ci sta a fare al mondo, si pente, cade vittima del mito del buon selvaggio e reclama il design normale, quello che non si vede, il design degli oggetti quotidiani che un progettista anonimo ha magnificamente risolto. La bottiglia del latte, la graffetta metallica, la sedia dell'osteria, la puntina da disegno. Su questa linea, un articolo sull'inserto domenicale del sole 24 ore, una mostra a Tokyo, ecc.
Basta estetica sfrenata, basta sofisticatezze da società di quarta o quinta rivoluzione industriale: monasticamente torniamo all'oggetto nudo, quello che fa il suo dovere in silenzio. Ci cascò anche Ponti con "la sedia-sedia" (progettò la superleggera come una sedia neutra, adatta a tutti i tempi, dettata dalle sole esigenze tecniche, guardatela e ditemi se non è chiaro il contesto estetico in cui è stata partorita).
Ma si può mai progettare un oggetto in modo anonimo, senza investirlo delle proprie esperienze?  Senza caricarlo del contesto in cui l'oggetto nasce?
Ma che ce ne dovremmo fare di un oggetto scialbo, triste, che si usa e si dimentica?

La sedie SUPERLEGGERA è ancora prodotta da Cassina. Ed è ancora una bella sedia.



permalink | inviato da il 28/7/2006 alle 18:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Ma come, non c'è traccia del Radical Desgin su internet?
post pubblicato in Design, il 25 luglio 2006
I designer sono sempre di più, centinaia di migliaia di migliaia. Però passano tutto il tempo in casa a progettare un nuovo divano o una nuova sedia invece di mettere on line un po' di foto, riflessioni, materiale vario.
Così finisce che del Radical Design degli anni 60, italiano e non, di tutta quella ironica bolgia di pensieri disegni fumetti provocazioni, in rete non ci sia traccia o quasi. Degli Archigrams, ugualmente, poco e niente.
E' un peccato, quelli là erano personaggi divertenti, che dal design e dall'architettura cercavano di tirar fuori qualcosa in più di un semplice incarico di progettazione per quattro poltrone e una linea di cucine. E gli unici che sembra abbiano ancora voglia e lucidità per seguire questa vena scherzosa e indisciplinata e consapevole del design sono alcuni gruppi  olandesi, come  Droog Design (http://www.droogdesign.nl/) oppure (in parte) Moooi.
Ma i designer oggi, tra un progetto e l'altro, pensano?



permalink | inviato da il 25/7/2006 alle 11:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sfoglia ottobre