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ilblogdellacosa Le cose hanno un fascino misterioso
Quando gli architetti avevano il taccuino degli schizzi
post pubblicato in Architettura, il 1 giugno 2011


"Before the advent of photography most architects
kept a sketchbook in which they recorded the details of
buildings, which they could refer to when designing. The
fruits of the Grand Tour or more local wanderings
consisted of drawn material supported, perhaps, by
written information or surveyed dimensions."

BRIAN EDWARDS, Understanding Architecture through drawing, Taylor & Francis

C'era un tempo in cui gli architetti giravano con il taccuino e prendevano appunti visivi. Esempi celebri: i viaggi di Le Corbusier (appunti anche minimalissimi) ma anche le visioni di città future di Antonio Sant'Elia  (visioni e non appunti, eppure messe giù su un taccuino).
Oggi c'è la rivista e la fotografia: non c'è bisogno di ridisegnare la realtà. Eppure siamo sicuri di non aver perso qualcosa, in questa occasione persa di "disegnare per capire" che insegnava Carlo Scarpa (professore di disegno, mica di composizione!)?

Meditate, architetti. Meditate.
De Carlo su Le Corbusier e le sue griglie
post pubblicato in Architettura, il 2 maggio 2011


"In quel periodo tornava spesso nel dibattito architettonico l'immagine della griglia. Nella sostanza era un modello che cercava di spiegare la realtà e di conferirle un ordine comprensibilie. La griglia più famosa dell'epoca moderna è quella delle quattro funzioni, inventata da Le Corbusier pressappoco all'epoca della Carta di Atene. Dire che la vita è scindibile e riassumibile in quattro funzioni (abitare, lavorare, circolare, rigenerare il corpo e lo spirito) piò anche aiutare in prima appsossimazione ad affrontare il problema, ma la griglia delle quatro funzioni non esaurisce le molteplicità della vita umana. Tutt'al più ne disegna una metafora, un poco avara e restrittiva. E bisogna sempre stare attenti con le metafore, perché possono aiutare a capire, ma per la durata di un arco minimo di tempo. Se ci si resta dentro, presi dalla sua suggestione, si perde la capacità di cogliere quello che sembrava suggerire; se ne assume solo la banalità che le deriva inevitabilmente dall'essere una semplificicazione.
Molti architetti avevano creduto sinceramente che la vita si risolvesse in quella griglia di quattro funzioni che li aveva affascinati. Ma non era neanche così sugestiva; anzi, era vaga. Cosa voleva dire, dopo tutto, rigenerare corpo e spirito? Niente di più che fare ginnastica sotto i pilotis e poi correre in tuta sul tetto-giardino, come Le Corbusier aveva suggerito in alcuni disegni della VIlle Radieuse.
D'altra parte Le Corbusier era un architetto di grande qualità, che nelle sue realizzazioni superava tutti i suoi schemi. Ma gli architetti mediocri, che prendevano come oro colato ogni sua dichiarazione, finivano invece per proporre progetti deplorevoli.

[...] Allora andavo frequentemente a Marsiglia [...] Andavo a vedere l'Unité d'habitation, dove Le Corbusier aveva dato una rappresentazione esaustiva e assai stimolante delle sue idee sull'edilizia residenziale.

Un'architettura pensata per l'"uomo nuovo", non per l'uomo che c'è.

Proprio così, per l'"uomo nuovo" come La Corbusier pensava che dovessero essere gli uomini. E sappiamo che questo non è possibile, che non si può dire come debbono essere gli uomini. Gli uomini sono come sono e basta. Ogni volta che qualcuno pensa di poter trasformare l'uomo, e ne ha il potere, finisce col produrre tremendi disastri.

Di Franco Buncuga
Conversazioni con Giancarlo de Carlo
Eleutherà, Milano, 2000
Business Academy Bexley: anche Foster può toppare!
post pubblicato in Architettura, il 4 ottobre 2010


Anche i grandi studi di architettura toppano! E così un'edificio che era stato elogiato dal jet-set dell'architettura mondiale e candidato al premio Stirling (una roba da inglesi), pare avere diversi problemi. Costi altissimi di gestione, vernice che vola via, tetto che perde e soprattutto, due soli spogliatoio per più di mille alunni!
Leggere per credere... e ho il dubbio che molti edifici "griffati" soffrano di questi problemi: chissà che questo sia solo il primo caso di "outing"!
Dorfles su Bilbao
post pubblicato in Architettura, il 19 settembre 2010



“Da quando c'è, sul museo, interesse architettonico per l'edificio, quest'ultimo diventa un richiamo notevole al di là dei suoi “contenuti” artistici. Il famoso Guggenheim di Bilbao ha trasformato la cittadina basca, che praticamente era sconosciuta, in un punto di richiamo enorme. Frank Gehry ha trasformato la città ma non solo, ha creato un edifico che di per sé è diventato un monumento. Quindi da un lato il Guggenheim di Bilbao è positivo, mentre dal punto di vista museologico lo stesso museo di Gehry non mi soddisfa perché c'è un invaso troppo grande e delle stanze troppo piccole; insomma non è un museo ben riuscito. Per cui interessante dal ounto di vista architettonico e pubblicitario, meno interessante dal punto di vista museologico”


Gillo Dorfles, “Amarcord del mio secolo”, Il Sole 24 Ore, Domenica 12 settembre 2010, p.32.


Costruire monumenti e non edifici per le persone e per le funzioni per cui sono stati costruiti: questa sembra una norma imprendiscindibile delle opere di architettura degne delle riviste e dei palcoscenici mediatici. Ma questa, dal mio punto di vista, non è architettura! Scultura a grande scala, magari. Ma senza funzioni certe e senza persone vere, non esiste architettura...
La Maddalena, Boeri e il metodo collaudato delle archistar
post pubblicato in Architettura, il 24 agosto 2010


L'intervento su La Maddalena di Boeri e Associati è un avvenimento emblematico su cui già molto si è scritto in rete (uno su tutti, il riassuntone su Wilfing) e su cui torna a parlare AD (n.351 – agosto 2010) con un articolo del bravo Cesare De Seta, "Progetto in porto", a pag. 144, di cui riporto qualche brano:

"Fu prescelto per l'intervento Stefano Boeri, architetto milanese assai noto nella cronaca architettonica, avrebbe detto Zevi, più per la facondia comunicativa che per le opere finora realizzate. [...] Boeri fece brillare alla vista dell'ottimo presidente della Regione Sardegna Renato Soru le sue relazioni con archistar come Koolhas, Herzog & de Meuron, Hadid. [...] Così il governo Prodi diede l'incarico di progettazione e riqualificazione dell'area a Boeri: un progetto di proporzioni tali da far tremare le vene e i polsi [...] Guardando l'operazione architettonica in sé, debbo confessare che l'immagine che mi viene spontanea è quella di una sottiletta Kraft (la Casa del Mare) di vetro e cemento, a pelo sull'acqua... Una sottiletta piovuta da un satellite ostile all'isola che distrugge un tratto di costa magnifico..."

Nel suo piccolo, Boeri, pur non avendone la statura, ha voluto agire come un'archistar internazionale che si rispetti, con tutti i pregi e i difetti di questo ruolo. Prendo spunto da questo episodio per fare una riflessione su quello che mi sembra un metodo collaudato delle archistar, metodo che dà sempre risultati, a miei occhi, molto deludenti. Ecco i punti salienti:

  • quando serve un'archistar: quando si deve dare un messaggio di rinnovamento e modernità, senza troppo impegno da parte del committente (che il più delle volte è una istituzione pubblica, per cui nessuno sa veramente cosa si sta chiedendo all'archistar, se non un progetto che attirerà attenzione e lodi della stampa e del pubblico). L'archistar è un timbro di modernità e gusto, di qualità garantita o almeno ostentata.

  • cosa progetta un'archistar: pescando nel proprio repertorio di grandi soluzioni architettoniche, l'archistar mette a punto un contenitore generico di non si sa quale funzioni, che inanzitutto comunica la propria originalità. Dialogo con il contesto, conoscenza e interazione dell'intervento con la storia del luogo, rispetto dei percorsi e degli usi tradizionali dell'area sono tutti aspetti che l'archistar NON può e non vuole considerare data l'estemporaneità del suo intervento.

  • le conseguenze dell'intervento dell'archistar: dopo le foto in posa di rito, le presentazioni e i sorrisi, rimane l'ingrombante edificio con cui fare i conti. Perché è stato costruito? E' davvero utilizzabile? I costi di gestione sono affrontabili rispetto a quello che è l'uso dell'edificio? Chi lo gestirà e con quali fondi? Spesso la stessa autorità che ha commissionato il lavoro si trova alle prese con un risultato tanto eclatante quanto difficilmente utilizzabile, perché sia la committenza che l'architetto hanno lavorato su idee vaghe di funzioni, soffermandosi soprattutto sulla definizione dei gusci e del materiale pubblicitario.

  • Cosa sa fare bene un'archistar: un'archistar è come un pittore famoso: sta svolgendo una personale ricerca all'interno della sua disciplina, per la quale ha elaborato una sua riconoscibile cifra stilistica che viene riprodotta in ogni opera. Il lavoro in corso è un'ulteriore occasione per mettere in pratica le sue idee e per promuovere il proprio nome, il proprio studio. Le finiture, gli scarti di superfici, le scale e i collegamenti verticali, la luce, i colori, in particolare le facciate saranno trattati tutti con competenza professionale, con il "mood" proprio dell'archistar, con il suo linguaggio architettonico, già collaudato in altri simili opere, comunque maturo e molto fotogenico. L'archistar prediligerà i grandi spazi, gli sbalzi, i contrasti di luce, tutto quello che può produrre delle bellissime foto di architettura: quel che ricerca è una bella scultura, in cui la presenza umana è considerata come marginale.

In poche parole: quel che l'operazione archistar produce non è un'architettura ma una scultura a dimensione di edificio, da spendere a livello pubblicitario per un luogo o un'istituzione. Si tratta sempre di un intervento di limitate portata culturale e storica, perché non ha alcunm rapporto con la storia e le caratteristiche del luogo.

La Maddalena è stato questo ed altro, data la peculiare capacità italiana di muoversi solo per conoscenze e malaffari, scartando a priori chi ha meriti per preferire chi appartiene alla cricca di affaristi politici costruttori architetti di turno. E' evidente, ad esempio, che anche il Maxxi è un caso tipico di lavoro di archistar (confrontare l'umiltà di un Wright che progetta il Guggheneim di NY per esporre i quadri lungo un percorso piacevole e continuo e l'arroganza di una Zaha Hadid che pretende che il proprio edificio, di forme assolutamente arbitrarie, sia innanzitutto protagonista di una mostra di sé stesso...).

Noi architetti di tutti i giorni, che ci confrontiamo con clienti veri, persone con i soldi contati e problemi reali, imprenditori e non, facciamo altro. Quando ci riesce, noi sì, facciamo architettura.




permalink | inviato da ilblogdellacosa il 24/8/2010 alle 20:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Parole, architettura e altre cose complicate
post pubblicato in Architettura, il 1 giugno 2010
Negli ultimi tempi, rispolverato il mio interesse per l'analisi strutturale dei testi, vagheggio una analisi similare per l'architettura. Analizzare, cioè, l'architettura come testo, con le sue brave parole, le sue frasi, i suoi significati.

Non è un'idea originale. Molti ci hanno già pensato e molti di più hanno dimostrato, con ragionamenti discutibili, che l'architettura non è un discorso, dato che le pietre sono più pesanti delle parole.

Il mio approccio vuole essere pragmatico (l'unica maniera alla mia portata): mi sembra innegabile che i pasticceri dello spazio fluido (tipo Zaha “queen” Aidid o Frank “Oplà” Ghery) abbiano un modo comune di intendere il discorso architettonico, così come i palazzi nobili inurbati fiorentini del Quattrocento. Quello di Brunelleschi o di Palladio di definire una finestra non è forse un lessico, una scelta di parole “architettoniche”? Ogni edificio non è sempre sotteso da un discorso, da una tesi? (Anche quegli edifici che sembrano non averlo: come le case popolari o le palazzate dei palazzinari).

Tenterò quindi nei futuri post un'analisi strutturale di edifici che conosco direttamente o via foto ed articoli, oltre che di alcuni progetti che hanno vinto un concorso (una analisi del progetto e non dell'edificio, quanto di più difficile e ambiguo).

So già che in fondo l'architettura e la lingua sono due animali sempre in fuga che è impossibile chiudere in gabbia per studiarli nella bianca sterilità di un laboratorio. Sono troppi gli attori nell'uno e nell'altro campo che ogni giorno, utilizzandoli come strumenti, ne modificano impercettibilmente segni e significati. Di fronte a questo scacco non credo però che l'analisi sia inutile: è, per sua definizione, incompleta e temporanea. Non per questo, meno utile.

L'architetto? E' come "u parrinu"
post pubblicato in Architettura, il 28 aprile 2010

In cantiere se ne impara sempre una. O meglio: si riscopre.
Ieri un ascensorista di Palermo, che fa questo mestiere da una vita, mi ha detto: " fare l'architetto è come fare u parrinu" (il prete, per gli stranieri) perché ci vuole la vocazione.
E ha proseguito, citando le parole che aveva detto ad un architettino senza capelli bianchi (io ne ho diversi, faccio la mia figura), all'interno di un cantiere in un edificio storico al porto di Palermo, "quando arrivano gli architetti in cantiere non gli va mai bene nenti. Ma noi li dovremmo ringraziare! Senza gli architetti, chi ci avrebbe portato tutta questa bellezza? Non si sente nicu nicu, lei, davanti a queste belle cose?"
L'ascensorista, oltre ad aver solleticato l'amor proprio di tutta la categoria, in fondo ha tradotto in parole quello che andavo pensando anch'io: fare l'architetto è davvero una passione e una missione, che non verrà mai pagata sufficientemente in denaro per il lavoro e la partecipazione che ci si mette. (Tranne nel caso dei gran progetti da esibire, nei carri carnevaleschi che servono a fare pubblicità ma con l'architettura hanno poco in comune, musei e piazze per intenderci).
Se rinasco, faccio il commercialista.
Brasilia e l'architettura secondo Eco (40 anni fa!)
post pubblicato in Architettura, il 3 aprile 2010


Ecco cosa si può trovare leggendo i libri che gli architetti non leggono mai. La critica semiologica all'architettura è passata di moda ma dava secondo me molti spunti fecondi per investigare il linguaggio e l'essenza stessa di questa complessa disciplina.
Ma lascio ampio spazio alle riflessioni di Umberto Eco, contenute in "La struttura assente.La ricesca semiotica e il metodo strutturale", Bompiani 2002 (ma prima edizione del 1968, tratta dai corsi che Eco teneva alla Facoltà di Architettura di Firenze... con una complessità di argomenti che negli anni '90, in cui ho avuto il piacere e il dispiacere di frequentarla, rimaneva in pochissimi corsi!)

"Cosi l'architetto, per costruire, è continuamente obbligato ad essere quaIcos'altro da se stesso. E' costretto a diventare sociologo, politico, psicologo, antropologo, semiologo... E che lo diventi lavorando in equipe, e cioé facendo lavorare intorno a se semiologi o antropologi, sociologi o politici, non cambia molto la situazione (anche se la può rendere più corretta). Costretto a trovare forme che mettano in forma sistemi di esigenze su cui non ha potere, costretto a articolare un linguaggio, come l'architettura, che deve sempre dire qualcosa di diverso da se stesso (il che non accade alla lingua verbale, che a livello estetico può parlare sulle proprie forme; né alla pittura, che come pittura astratta puo dipingere le proprie leggi; e tanto meno alla musica, che organizza sempre soltanto dei rapporti sintattici interni ai proprio sistema), l'architetto si trova condannato, per la natura del proprio lavoro, ad essere forse l'unica e ultima figura di umanista della società contemporanea: obbligato a pensare la totalità proprio nella misura in cui si fa tecnico settoriale, specializzato, inteso a operazioni specifiche e non a dichiarazioni metafisiche.

Tutto quanto si è detto lascerebbe pensare che l'architettura si piega a inventare "parole" per significare "funzioni" che non è essa a stabilire.

Oppure indurrebbe a pensare l'opposto: che l'architettura, una volta che ha individuato, al di fuori di essa, il codice delle funzioni da promuovere e denotare, mettendo in opera il suo sistema di stimoli-significanti, obbligherà gli uomini a vivere definitivamente in modo diverso e detterà legge agli eventi.

Sono due equivoci opposti che portano a due falsificazioni della nozione di architetto. Nel primo caso, l'architetto non avrebbe che da ubbidire alle decisioni sociologiche e "politiche" di chi decide al suo posto, e non avrebbe che a fornire le "parole" adatte per dire "cose" che non gli appartengono e su cui non può decidere.

Nel secondo caso l'architetto (e sappiamo quanto questa illusione abbia dominato la storia dell'architettura contemporanea) si ritiene demiurgo, artefice della storia.38

La risposta a questi due equivoci era già contenuta in una conclusione a cui eravamo arrivati in C.3.IIL4.: l'architetto deve progettare funzioni prime variabili e funzioni seconde aperte.

Il problema diventa più chiaro se ci rifacciamo a un esempio illustre: Brasilia.

Nata in circostanze eccezionalmente favorevoli per la progettazione architettonica, e cioè per decisione politica, dal nulla, senza essere sottomessa a determinazioni di alcun genere, Brasilia ha potuto essere concepita come la città che doveva istituire un nuovo sistema di vita e costituire nel contempo un messaggio connotativo complesso, capace di comunicare ideali di vita democratica, di pionierismo verso l'interno di un paese inesplorato, di autoidentificazione trionfale di un paese giovane, ancora in cerca di una propria fisionomia.

Brasilia doveva diventare una città di uguali, la città dell'avvenire.

Disegnata in forma di aereo (o di uccello) che dispiega le proprie ali sull'altopiano che la ospita, essa assegnava al proprio corpo centrale funzioni prime ridotte rispetto alle funzioni seconde: ospitando edifici pubblici, il corpo centrale doveva anzitutto connotare valori simbolici ispirati alla volontà di identità del giovane Brasile. Invece le due ali laterali, dedicate agli edifìci di abitazione, dovevano permettere un prevalere delle funzioni prime sulle seconde. Grandi blocchi di unità di abitazione, le " superquadre " di ispirazione lecorbusieriana, dovevano permettere al ministro come all'usciere (Brasilia è una città burocratica) di vivere fianco a fianco avvalendosi degli stessi servizi che ogni unità o ogni blocco di quattro unità fornisce agli abitanti, dal supermercato alla chiesa, alla scuola, al club per il tempo libero, all'ospedale e al posto di polizia.

Intorno a questi blocchi, le strade di Brasilia da cui, come voleva Le Corbusier, sono stati eliminati tutti gli incroci, mediante ampi raccordi a quadrifoglio.

Gli architetti avevano dunque, correttamente, studiato i sistemi di funzioni espletabili in una città modello del futuro (avevano correlato dati biologici, dati sociologici, dati politici, dati estetici, condizioni di riconoscibilità ed orientamento, leggi della circolazione, eccetera) e li avevano tradotti in codici architettonici, inventando dei sistemi di significanti opportunamente rapportati alle forme tradizionali (ridondate quanto bastasse), per poterne articolare possibilità inedite, informative ma con giudizio. Simboli "archetipi " (l'uccello, l'obelisco) si inserivano in tessuti di immagini nuove (i pilotis, i quadrifogli); la cattedrale, costruita al di fuori degli schemi tipologici consueti, tuttavia si riportava a una codificazione iconografica arcaica (il fiore, l'aprirsi dei petali, il congiungersi delle dita di una mano in preghiera, addirittura — e questa era l'intenzione — il fascio come simbolo dell'unione tra vari stati).

Gli architetti avevano peraltro commesso entrambi gli errori elencati all'inizio di questo paragrafo: avevano accettato supinamente le funzioni identificate dall'ispezione sociologico politica, e le avevano denotate e connotate nel modo più acconcio; e avevano pensato che, per il solo fatto di essere stata costruita in tal modo, Brasilia avrebbe piegato la storia ai propri fini.

E invece, di fronte alla struttura Brasilia, gli eventi si sono mossi in modo autonomo; e muovendosi hanno creato altri contesti storico-sociologici, hanno lasciato sfiorire alcune delle funzioni previste, rendendone urgenti altre. [...]

In conclusione Brasilia è divenuta, da città socialista che doveva essere, l'immagine stessa della differenza sociale. Funzioni prime si sono mutate in funzioni seconde, e queste ultime hanno mutato di significato; l'ideologia comunitaria, che doveva essere resa visibile dal tessuto urbanistico e dall'aspetto degli edifici, ha lasciato il posto ad altre visioni della vita associata. E questo senza che l'architetto abbia fatto nulla di sbagliato rispetto al progetto iniziale. Salvo che il progetto iniziale si appoggiava a un sistema di relazioni sociali assunto come definitivo una volta per tutte, mentre gli eventi — mutando — avevano mutato le circostanze nelle quali l'interpretazione dei segni architettonici avrebbe avuto luogo, e quindi il significato globale della città come fatto di-comunicazione. Tra il momento in cui le forme significanti erano state concepite e quello in cui venivano ricevute, era passato un lasso di tempo sufficiente a mutare il contesto storico sociale. E nessuna forma creata dall'architetto avrebbe potuto impedire agli eventi di svilupparsi in modo diverso; cosi come l'aver inventato forme che potessero rispondere alle esigenze fatte valere dal sociologo e dal politico aveva posto l'architetto in una situazione di servizio passivo.

Ma, a differenza del sociologo e del politico — che lavorano pcr modificare il mondo, ma nell'ambito di un arco di tempo controllabile — l'architetto non deve necessariamente modificare da solo il mondo, e però deve poter prevedere, per un arco di tempo non controllabile, il variare degli eventi intorno alla propria opera. In teoria, e formulando l'esigenza in modo paradossale, Brasilia sarebbe stata una città del futuro se fosse stata costruita sulle ruote o con elementi prefabbricati e smontabili, o ancora secondo forme e orientamenti cosi duttili da poter assumere significati diversi a seconda della situazione: invece è stata costruita come un monumento più perenne del bronzo e sta lentamente subendo la sorti dei grandi monumenti del passato, che la storia riempirà di altri sensi, che saranno modificati dagli eventi mentre volevano modificare gli eventi.

Nel momento stesso in cui ricerca, al di fuori dell'architettura, il codice dell'architettura, l'architetto deve anche saper configurare le sue forme significanti in modo che possano far fronte ad altri codici di lettura. Perché la situazione storica su cui egli si appoggia per individuare il codice è più transeunte delle forme significanti che egli ispira a questo codice. Dunque l'architetto deve ricevere orientamenti dal sociologo, dal fisiologo, dal politico, dall'antropologo, ma deve prevedere, nel disporre forme che rispondano alle loro esigenze, anche il fallimento delle loro ipotesi e la quota di errore nella loro indagine. E deve sapere comunque che il suo cornpito è di anticipare e accogliere, non di promuovere, i movimenti della storia.

L'atto del comunicare con l'architettura concorre certo a mutare le circostanze, ma non costituisce l'unica forma della prassi."



Un modo (dimenticato?) di intendere l'architettura
post pubblicato in Architettura, il 30 marzo 2010
Capita, leggendo quei libri che leggono gli architetti, di imbattersi in dichiarazioni di questo genere:

"I progettisti attenti lavorano partendo sempre da un catalogo mentale di dimensioni e proporzioni delle cose. Schizzi e modelli sin proprio dalle prime fasi del progetto dell'edificio comprendono rappresentazioni di persone, mobili e aggregazioni di mobili. Le proporzioni dei vani e la localizzazione di porte e finestre sono costantemente manipolate durante l'evolversi del progetto per facilitare una varietà di corrette collocazioni dell'arredamento in un edificio finito. Vengono affinati progressivamente modelli di circolazione delle persone in percorsi che siano brevi, scorrevoli, logici, piacevoli, e che passino da un lato o l'altro dei diversi punti nodali delle attività umane nell'ambito dell'edificio invece di intersecarsi nel bel mezzo. I materiali vengono scelti in parte per il tipo di tessitura che daranno alle superfici dell'edificio. Ove possibile i futuri occupanti dell'edificio vengono coinvolti nella sua progettazione. Se attraverso questi procedimenti l'edificio è ben modellato da progettisti e fruitori, allora è più probabile che questi siano modellati bene e felicemente dall'edificio."
(Edward Allen, Come funzionano gli edifici, edizioni Dedalo, Bari, 1992).

E' lo strumento per antonomasia con cui si criticano le archistar e i loro edifici disumani, bei giocattoloni che incidentalmente sono vissuti da uomini in carne ed ossa. E per lo stesso motivo possono essere criticati gli sviluppi recenti di una architettura formalissima, disegnata al computer defomando solidi con software fantascientifici, che sta bene sulle riviste ma nessuno sa se sia vivibile oppure no.
Altra riflessione lampo: questo linguaggio spaziale di diformazioni e fratture viene assorbito e rigurgitato senza digestione dai giovani architetti di tutto il globo, senza interpretazioni personali evidenti. Viene a mente per contrasto il dibattito acceso in Italia all'arrivo della ventata modernista negli anni '30, il tentativo, magari goffo, di personalizzare, con la cultura locale, un linguaggio elaborato da altra gente in altri luoghi. Uno straccio di dibattito del genere non esiste più: né sulle riviste, né tra i professionisti dell'architettura, né (credo) nelle università.

Epoca arida, la nostra, in cui si discute poco, e quel poco, sui blog.
Piacentini non aveva tutti i torti?
post pubblicato in Architettura, il 24 marzo 2010


"Questa prima internazionale architettonica è pur tuttavia un movimento che ha basi serie e della massima importanza. L'errore dei nostri giovani sta nel vedervi sotanto un nuovo indirizzo puramente architettonico, nel credere all'avvento di un nuovo stile, di una nuova forma d'arte, e, da buoni italiani in questo, la prendono per quello che apparisce, e non per quello che è: la prendono per una liberazione definitiva e consolatrice, per un nuovo verbo. Ne hanno quindi assorbito forme per noi assurde: le pareti continue tutte di vetro, che sotto il nostro sole centuplicherebbero i casi di congestione celebrale; le finestre larghe, buone per diffondere uniformemente negli ambienti la scarsa luce del nord, anziché alte, come noi abiamo sempre usato per dar aria pure alle zone superiori degli ambienti dove si ammassa e si ferma l'aria viziata. Niente persiane (addio dolce sollievo di frescura nei cocenti pomeriggi estivi): niente cornicioni o cornici protettrici delle facciate, e degli infissi delle finistre: l'acqua entrerà dalle piattabande e dalle soglie, cancellerà tinte e sgretolerà in pochi mesi intonaci e parapetti. Niente tetti: gli ultimi piani dovranno sopportare il caldo e il freddo in omaggio al razionalismo trionfante (non mi parlate di intercapedini e di camere d'aria, che da vent'anni non ci credo più). Queste sono le nuove droghe internazionali dell'architettura, che da noi si prendono così come sono, e ci si condisce ogni pietanza: dalla chiesa alla scuola, dal mercato al palazzo.
Non mi meraviglierei che domani si ordinasse da un architetto un edificio in stile razionale, così come lo si potrebbe ordinare in stile rinascenza o gotico."


Marcello Piacentini, Prima internazionale architettonica, in Architettura e arti decorative, 1927.
Quanto costa l'architetto?
post pubblicato in Architettura, il 22 febbraio 2010
Dopo il decreto Bersani, un sistema astruso e antiquato (risaliva ad un lontano Regio Decreto!) di calcolare la parcella degli architetti è finalmente andato in soffitta.
Ma, tolto questo ingombrante mostro di mezzo, gli architetti oggi come li dovrebbero fare i prezzi? Come si fa a definire quanto costa redarre una DIA o fare il progetto di massima della villa del Dottor Brambilla? I vari ordini professionali alla spicciolata hanno cercato di dare una risposta ai loro iscritti piuttosto confusi, senza riuscire però a dare punti condivisi di riferimento.
Brancolando anche io nel buoi, sono rimasto piacevolmente sorpreso quando ho scoperto che il CNAPPC ha redatto dei "Protocolli prestazionali per l'edilizia privata" davvero utili ed esaustivi (non ci sono i prezzi, ma sono un buon punto di partenza).
Il merito di questi Protocolli prestazionali, che trovate qui, è di mettere chiarezza in un campo, quello dell'architettura, in cui i venditori di fumo sono protagonisti e i professionisti seri una minoranza. Con questo documento alla mano, si può valutare lo stato dell'arte delle prestazioni professionali, per capire se il lavoro è stato ben impostato (e magari eseguito) dal professionista oppure no.
Io batterei su questo, cari colleghi architetti, invece di schierarsi tutti contro le capacità progettuali dei geometri e contro un disegno di legge che svilirebbe ingegneri ed architetti. Chiariamo piuttosto i criteri per giudicare la qualità dell'operare di ogni professionista: sarà la pratica quotidiana, poi, a dire chi sa fare cosa, e chi no.
Pirati della stampa (di disegni architettonici)
post pubblicato in Architettura, il 20 novembre 2009
La diffusione dei software per il disegno tecnico, i cosiddetti CAD, ha fatto sì che si ritrovassero a disegnare piante e prospetti dei personaggi che non hanno mai avuto un pennino a china per le mani. Peggio: che non hanno mai avuto informazione del fatto che esistano, come per i formati di carta, degli standard condivisi sugli spessori e colori dei disegni architettonici.

Finché si lavora a schermo, queste deficienze non sono così evidenti. Ma al momento della stampa casca l’asino: si vedono cose raccapriccianti, che fanno storcere il naso soprattutto a noi architetti, così innamorati dell’estetica anche quando non ce n’è bisogno (ma qui il bisogno c’è, eccome).

La prima cosa che viene stravolta sono gli spessori: una pianta stampata come si deve ha le linee di sezione spesse due volte quelle di proiezione. Invece, il disegnatore inesperto stampa tutto spessore 1,5 mm, creando un effetto pastone in cui i muri, le finestre, le porte e le piastrelle hanno tutti lo stesso spessore.

Poi i colori: nelle stampe architettoniche il loro uso dovrebbe essere molto limitato, per passaggi che meritano particolare attenzione o per impianti che altrimenti si perderebbero tra le mille linee architettoniche. Il disegnatore inesperto invece stampa tutto a colori, con lo stesso colore di come li vede a schermo, spesso su sfondo nero, generando orribili intrecci di linee gialle verdi rosse azzurre, spesso illeggibili, senza una logica di comunicazione ma semplicemente secondo il capriccio del momento.

Infine, l’impaginazione: ci sono architetti che impiegano giornate intere ad impaginare una tavola, quasi fosse un quadro o un giardino zen. Il disegnatore inesperto semina cose per la tavola, senza alcuna sensibilità per la leggibilità finale, mescolando disegni in scale diverse, mettendo qua e là scritte che sono titoli e descrizioni, sfornando fogli lunghi dai 5 ai 10 metri, che nessun essere umano potrà aprire e osservare senza infarcire l’operazione di improperi e pensieri omicidi.

Disegnatori non ci si improvvisa, neanche progettisti. Troppi personaggi, avendo imparato ad usare gli strumenti per fare l’uno e l’altro, pensano anche di averne le capacità.

Quante cosa sa fare lei, architetto!
post pubblicato in Architettura, il 28 ottobre 2009


Per fare discretamente il mestiere dell’architetto, bisogna avere molte capacità. Ho pensato di metterle su carta, almeno le principali, e sono rimasto molto sorpreso. Sono tante, troppe cose. Se rinasco faccio l’avvocato. Si aggiunga il fatto che le capacità di ogni architetto nel fare tutte queste cose rimangono sconosciute ai più: mentre un commercialista attira la sua tipologia di clientela e un consulente si specializza in campi ben definiti, l’architetto deve sapere fare tutto e se lo fa bene lo sanno solo in 4 (tranne che si tratti dell’architetto pigliattutto, che fa tutti i lavori in città e provincia, più per conoscenze altolocate e politiche che per meriti evidenti…)

Bando alle ciance: ecco cosa un architetto deve saper fare.

1. Disegnare a mano libera o con righelli e squadrette, in prospettiva intuitiva e in proiezione ortogonale.

2. Fare rilievi e restituirli graficamente.

3. Progettare ambienti di tutti i tipi, vedere le opportunità, i possibili futuri.

4. Conoscere la tecnologia delle costruzioni, impiantistica compresa.

5. Avere rudimenti di statica e strutture portanti.

6. Conoscere la storia dell’architettura, in cui muoversi con agilità, piluccando linguaggi architettonici credibili.

7. Da psicologo, immedesimarsi in chi abiterà o utilizzerà gli ambienti che progetta. Raccogliere i sogni e i timori dei clienti, tradurli in progetti.

8. Conoscere le leggi locali, regionali e nazionali (che spesso si sovrappongono e contraddicono) relative all’edilizia, muovendosi tra le loro pieghe per accontentare il cliente.

9. Avere capacità di pubblic relation, sia per accalappiare clienti, che per trattare con mille persone diverse, dal muratore al tecnico dell’ufficio comunale.

10. Essere un leader nella direzione lavori, trascinare gli operai, riprenderli, elogiarli, andare d’accordo con tutti, far intravedere la meta comune del lavoro ben fatto.

11. Essere un contabile di media abilità nella redazione dei computi metrici, nel seguire la contabilità di cantiere, nel non farsi fregare dai fornitori.

12. Essere un abile arredatore, sia nei layout di disposizione dei mobili, sia nel seguire le tendenze del momento o magari crearsi uno stile proprio, sempre con molto gusto (gusto creato sfogliando riviste, frequentando fiere e mostre, non solo di arredo ma anche di arte contemporanea, musica, cultura in genere).

13. Avere buone conoscenze informatiche per sapersi destreggiare nei programmi di disegno CAD ma anche nei più generici applicativi tipo browser, gestione di email, redazione di testi e tabelle.

14. Avere buone capacità di sintesi e di scrittura, nel redarre i testi delle relazioni, richieste ai fornitori, comunicazioni a destra e a manca.

15. Essere un discreto fotografo, per documentare decentemente lavori e luoghi.

Tanta roba, non è vero? Forse si pretende troppo da questa figura, e questo è uno dei motivi del suo declino. Meditate, architetti, meditate.

Taormina scorticata
post pubblicato in Architettura, il 16 agosto 2009


Ogni volta che vado a Taormina, torno a casa un po’ irritato, sempre per due motivi.

Il primo è che Taormina è talmente una macchina collaudata per spennare i turisti che è difficile trovare un bar decente (mentre nei dintorni è facilissimo) o un parcheggio che costi meno di un affitto di appartamento ammobiliato.

Il secondo motivo è che gran parte dei palazzi storici e delle mura ugualmente venuste di Taormina sono scorticate (vedi foto sopra). Mentre guardo i muri del Duomo mi viene in mente l’idea di un uomo che partecipa ad un incontro ufficiale… in mutande. La sciattoneria culturale e un dose innegabile di cattiveria ha spinto infatti qualche manovale e qualche esimio professore di restauro a spellare quei poveri muri, eliminando l’intonaco che sarebbe stata la loro finitura naturale, e lasciando invece a vista un’opera incerta e pasticciona di pietruzze, cocci e malta.

C’è da soffrire: le povere pietre chiedono un mantello che le copra e dia loro dignità. I taorminesi invece le vogliono nude, a vista, le povere pietruzze, perché fa più rustico e antico e dà al piccolo borgo arrampicato sul ripido colle uno charme tutto particolare.

Ma non siate tristi: pochi metri e si ride. Diverse case e casette nuove, nonché muri di confine costruiti l’altro ieri, hanno preso a norma quello sciatto apparecchio di muratura messo in mostra ingiustamente. Così si fa bella mostra di una muratura a vista in pietruzze e cocci (certo più ordinata di quella storica, meno incerta), tanto che è diventato, questo strambo modo di fare muratura, una caratteristica del costruito taorminese (vedi foto sotto).

Eppure ogni tanto ci ritorno, a Taormina.

Sono ospite da Wilfing
post pubblicato in Architettura, il 4 agosto 2009
Su Wilfing potete trovare un mio intervento, insieme a quelli di altri blogger, in risposta a due semplici domande: qual'è l'architetto in vita famoso che ti piace? quale l'architetto in vita non famoso?
Ho risposto un po' fuori tema... Comunque fateci un salto: ne sta nascendo una specie di "polso" dei gusti architettonici degli architetti blogger.

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permalink | inviato da ilblogdellacosa il 4/8/2009 alle 17:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
E come la vuole la soglia, architetto?
post pubblicato in Architettura, il 30 luglio 2009
 

Sudore freddo. Nel piccolo cantiere di un appartamento in ristrutturazione, il muratore ha appena assestato un colpo al giovane architetto, ma non dà alcun segno di essersene accorto.

- Soglia?- trasale l’architetto cercando di concludere almeno un respiro- Che soglia? Quella delle porte-finestra? Facciamole come sono, basta non entri l’acqua quando piove forte!

- Ma no, architetto? Che ha capito? Dicevo le soglie tra stanza e stanza, dove cambia il pavimento. Cosa mettiamo? Marmo? O un’astina di metallo? Oppure niente? Me lo deve dire lei, come preferisce fare!

Smarrimento. Di soglie interne, durante tutto il corso di studi in architettura, nessuno ne ha mai parlato. Il giovane architetto cerca furiosamente nella memoria qualche esempio e gli viene in mente solo casa di sua nonna: non proprio un esempio di avanguardia e modernità (delle quali il suddetto architetto si sente implacabile portatore).

Con i clienti, poi, ha perso due mesi per scegliere le piastrelle e i pavimenti giusti, perorando sempre la causa del minimal chic, ma mai una parola spesa sulle soglie. Non si potrebbe far finta di niente?

- Ma le dobbiamo proprio fare, le soglie?

- Per me anche no, architetto, però poi dove si incontrano due pavimenti diversi magari il piastrellista non fa un lavoro perfetto… oppure i pavimenti sono così diversi che visti assieme non fanno un bello spettacolo… Insomma, è un consiglio, di solito io le metto. Ma qua è lei che decide!

Possibili scenari passano davanti alla mente del giovane architetto. Chiamare in causa il cliente e perdere un altro mese per prendere la decisione. Oppure scegliere una delle alternative a caso e sperare che l’effetto non sia terribile. Infine, la più mite e giudiziosa.

- Mi ci faccia pensare, torno in studio a controllare i pavimenti scelti, mi faccio un disegno e la chiamo al telefono.

Fanno un sacco di disegni, gli architetti, ed è la loro ciambella di salvataggio. Se non si disegna, non si può avere un controllo preciso sulla realtà. Immaginare è importante ma altrettanto importante è verificare con le righe e le misure se e come ogni progetto può funzionare.

Escono con molte lacune dalle loro università, gli architetti. Lacune che si possono colmare solo con la pratica (se non si fanno troppi danni e ci si brucia subito) e con l’umiltà di imparare da chi ne sa di più (sia esso il muratore, il geometra o un collega architetto). Sembra invece che l’umiltà sia una dote molto rara, tra gli architetti. E questo ha generato una tribù di professionisti poco competenti, venditori di fumo che non hanno mai pensato a quanta importanza abbia scegliere come fare la soglia.

Lo stile moderno di Gropius
post pubblicato in Architettura, il 22 giugno 2009
 

Ma qual è allora […] la specificità del razionalismo gropiusiano? […] ciò che subito ci colpisce è la capacità di Gropius di spingere fino in fondo la connessione fra il nuovo in architettura e il tema della “macchina” […]. Questo ha consentito a Gropius di disporre subito di un lessico radicalmente mutato.

In particolare è notevole, in queste opere, la derivazione degli spunti formali a scala edilizia dai pezzi forniti dall’industria: si tratta del procedimento di “salto di scala”, per il quale l’elemento suggestivo offerto come materiale bruto dalla tecnica viene riproposto, immutato, su scala enormemente dilatata. La finestra continua è tutta una sola lastra di vetro, le pareti lisce, le forme metalliche che corrono da cima a fondo riproducono ingigantite le caratteristiche del profilato, il “pezzo” per eccellenza, e così via. Elementi di questo lessico erano già presenti in molte opere precedenti, a cominciare dall’Art Nouveau, e anche prima (si pensi al Crystal Palace di Paxton). Ma allora essi erano sempre assunti come spunto, dovevano poi venire mediai da elementi di passaggio, che “legavano” un piano con l’altro, una finestra alla parete ecc. (questo avviene, entro certi limiti, anche in Beherens).

L’abolizione di tutti gli intermediari architettonici, con le loro forme sinuose, i loro cambiamenti di sezione, le loro “gradazioni” di forma, materiale e colore, applicata a un lessico decisamente macchinistico, è la vera innovazione gropiusiana. Il procedimento – analogo in qualche modo a quello della poesia moderna di cui parla Barthes, che distrugge il sistema preposizionale, “le relazioni del linguaggio”, per “riportare il discorso a serie di parole” – è, per usare un altro riferimento linguistico-letterario, quella “paratassi” della costruzione meramente additiva della frase. Gropius porta agli estremi limiti una sintassi architettonica – già esplorata dai protorazionalisti – basata sulla semplice congiunzione, che in architettura diventa muta.

[…] se la pretesa della didattica groupiusiana era quella “metodologica”, di prescindere dal concetto di stile – è difficile, dalla distanza critica che abbiamo guadagnato, sottrarci invece alla convinzione che il nucleo dell’architettura razionalistica rappresenti, e nel senso più alto del termine, proprio un compatto sistema stilistico. E questo stile, nella cui eredità ci muoviamo, acquista significato dalla storia dell’architettura sia per le differenze (che prendono il loro giusto posto solo se lette come “ antitesi”, e quindi se presuppongono la tesi, il passato), sia per gli elementi di costanza che possiamo, su di un piano più profondo, riscontrare, e che dobbiamo cercare di delineare.

Ezio Bonfanti, Architettura moderna e storia dell’architettura, 1969. Raccolto in Nuovo e moderno in architettura, Bruno Mondatori, 2001

Da qualche settimana mi arrovellavo, comparando facciate di edifici tradizionali e di edifici recenti, sul fatto che l’architettura nel 900 ha perso quasi tutti gli elementi del suo linguaggio storico trovandosi solo con pochi elementi, superfici piatte e finestre a nastro, che danno quasi sempre risultati tristissimi.

La rilettura di Bonfanti mi ha illuminato: è l’eredità dell’architettura razionalista, non solo di Gropius, eredità in cui ancora ci dibattiamo. L’architetto ha perso le cornici, i capitelli, le piattabande e ha solo infinite superfici piatte. E come si fa a comunicare con così pochi strumenti? Guardo a Wright e ancor più a Scarpa per cercare di capire come loro hanno impostato il problema, riuscendo a realizzare edifici sì di impianto contemporaneo ma ricchi di riferimenti, indicazioni, infine (trema la mano a scrivere questa tremenda parola) DECORI.

Cosa hanno in comune Palladio e Wright
post pubblicato in Architettura, il 27 aprile 2009


 

Personaggi così lontani ma uniti da due temi, trattati in maniera molto diversa.

1. Le abitazioni del ceto emergente: Sia Palladio che Wright progettano un numero notevole (e impressionante, parola di architetto!) di abitazioni private per un ceto emergente, imprenditori dell’agricoltura il primo, nuova borghesia della produzione industriale il secondo. I committenti sono soggetti nuovi: hanno esigenze diverse rispetto al committente tradizionale (meno soldi da spendere ma maggiore attenzione per il punto di vista pratico dell’abitare. Così Palladio progetta abitazioni signorili che sono la punta di un iceberg, di una impresa agricola moderna, con locali e disposizione sul territorio attentamente studiati. Così Wright progetta case che possono sfruttare ampi appezzamenti di terreno a buon mercato, ma non devono costare molto e devono essere comode e non solo rappresentative.

2. Un linguaggio originale segue funzioni originali: Cambiati i committenti, cambiata la distribuzione degli ambienti e il loro uso, cambia anche il linguaggio architettonico. Palladio sintetizza un personale e ardito collage di citazioni classiche, cucite insieme con divertimento e irriverenza (gli emuli del palladianesimo non avranno mai la capacità di stupire e di divertirsi del loro idolo…), prendendo a prestito brani di terme romane per trapiantarle in improbabili ville agresti. Wright poco a poco si libera dalla pesante eredità decorativa dell’Ottocento per sintetizzare una estetica personale più astratta, meno giocosa ma più concreta, in un tentativo di ridurre costi e distrazioni senza perdere di vista le capacità espressive dei materiali. Linguaggio che diventa con il tempo quasi aspro ma mai duro e muto come accade in vari architetti europei del 900 alla ricerca di vani e arditi rigori.

Questo post non è che una traccia: credo che ogni architetto oggi non possa fare a meno di approfondire e conoscere meglio queste due figure, mitizzate e quindi allontanate, rese marziane da tanti Bignami dell’architettura.

Riflessioni di uno che cambia casa
post pubblicato in Architettura, il 9 febbraio 2009



Gli architetti raramente hanno la sensibilità per capire l’alchimia che lega un abitante alla sua casa. Non sono questioni solo estetiche e nemmeno solo funzionali. La propria casa è molto di più.

 

La mia casa è un pezzo di me. E’ un luogo conosciuto e accogliente. Mi rimanda continuamente l’immagine che io ho di me stesso. Decontestualizzato, fuori della mia casa, sono un turista, un viaggiatore, un ospite. Solo a casa mia, in fondo, io sono io. Quando torno alla casa della mia adolescenza, ad esempio, io trovo un me stesso ingombrante che non mi appartiene più: sono un ospite duplicato tra il quasi quarantenne di oggi e l’adolescente di allora.

 

Ho cambiato casa più volte negli ultimi quattro anni e ad ogni casa l’alchimia si è riaccesa. L’ambiente che la circonda, i colori, gli spazi e i collegamenti, poi l’arredo i quadri i libri i soprammobili i giochi della bimba. La casa si personalizza, si modella, raggiunge un equilibrio con i propri abitanti. Nasce una sintonia, imposta o subita, un compromesso.

 

Cambiare casa è sempre un po’ cambiare vita, rivedere cosa è necessario e cosa no, organizzare gli oggetti in spazi diversi, ripensare le proprie abitudini e riconoscere quello che non siamo più, progettando quello che potremmo e vogliamo essere.

 

Come dovrebbe muoversi un architetto in un rapporto così intimo, così complesso? Dove dovrebbe imparare a manipolare l’alchimia della casa e degli abitanti? Lascio parlare Giò Ponti:

 

“L’ARCHITETTO, l’Artista, quando costruisce una abitazione non ne cerchi le lodi per valori formali, estetici o stilistici, o di gusto: questi valori dopo qualche anno sono “superati”. La massima lode alla quale deve aspirare è che gli abitatori gli dicano: Architetto, in questa casa che lei ha fatto per noi, noi viviamo (o abbiamo vissuto) flici: essa ci è cara. Essa è un episodio felice della nostra vita. Ma perché ciò avvenga occorre che l’Architetto badi più agli abitatori che all’estetica, e raggiungerà solo così un’estetica di valori sicuri, espressi da forme giuste, un’estetica di forme indiscutibili, vere: umane. […]

 

L’ARCHITETTO, l’Artista, per interpretare il personaggio sia curioso degli uomini e delle donne: li ami e le ami: il vero Architetto dovrebbe innamorarsi, per ogni casa che costruisce o arreda, degli abitatori (e delle abitatrici).”

 

Da Amate l’architettura, CUSL, Milano, 2004 (ristampa dell’edizione originale del 1957)

 

XXIII Congresso mondiale degli Architetti a Torino: si è detto di tutto, non si è detto niente
post pubblicato in Architettura, il 19 novembre 2008
 

I Congressi sono il luoghi meno adatti a dire cose intelligenti: al congresso ci vuole lo slogan, la frase ad effetto che rimbalzi sui giornali, che sia facile da ricordare e capire, ma in fondo non dica niente.

Mi è arrivato a casa, come a tutti gli architetti iscritti ad un Ordine degli Architetti (istituzione tanto inutile quanto boriosa), l’opuscolino “archiworld magazine” di settembre, tutto dedicato all’incontro di migliaia di architetti da un centinaio di paesi a Torino, per dire delle banalità diverse rispetto ai congressi precedenti.

Dal succinto opuscolino (con un comunicato riassuntivo scritto bello grande, forse per i miei colleghi non più giovani vittime di fastidiose presbiopie), si evince che il pianeta Terra è al capolinea, le megalopoli sono troppo grandi, il globalismo mercatismo consumismo post-fordismo (un mostruoso processo cattivo, insomma) ci stanno portando ad un punto di non ritorno e qualcuno deve cambiare marcia. Quel qualcuno non è la Natura (idilliaco mondo di prati incontaminati) ma l’Uomo.

Bisogna prima di tutto disinnescare la bomba demografica: cari colleghi architetti, tiratevi su le maniche e andate a diffondere il verbo della contraccezione, soprattutto in quei luoghi del mondo in cui si prolifera di più. Poi smettetela con le megalocity antiecologiche e passate alla nuova frontiera eco-metropolitana (che suona eco-chic anche se non significa proprio niente). Lo sviluppo deve essere eco-sostenibile. Ma soprattutto dedicatevi alla “integrazione delle reti hard e soft in un cyberspace aperto, interattivo ma in simbiosi con la biosfera”. Capito?

Io non ci ho capito niente. Immagino che la stanchezza o le libagioni abbiano dato come frutto questo patchwork di parole fighette che, messe assieme a caso, non hanno significato. Forse un rigurgito Dadaista? No, per carità, qua non si scherza, sono tutti molto seri. Perché il futuro è nelle mani dell’Uomo. Mica di un Pinco Pallino qualunque. Qualcuno anzi dovrebbe prendersi la briga di scoprire chi diavolo sia questo Uomo, avvisarlo di fare in fretta, cominciare a cambiare le cose! Gli architetti riuniti in congresso non possono fare molto più che avvisarlo, anzi lanciare un appello sperando di raggiungerlo, ovunque viva o forse si nasconda, questo benedetto Uomo.

“Dall’economia dello spreco alla sobrietà del post-consumista: la liberazione della coscienza omologata dell’uomo-massa”. Qua si rifonda la società tutta, signori miei. Noi architetti, pur ammettendo di aver sparato un sacco di stupidaggini nei congressi precedenti (quel cattivone perverso di Le Corbusier ad esempio voleva solo sfruttare la natura, lui e le sue idee illuministe sono state finalmente bandite, noi oggi ci affidiamo alla Scienza del Caos e alla Teoria dei Sistemi), abbiamo oggi capito che bisogna puntare alla “pacificazione tra tecnosfera e ecosfera” (B. Commoner).

Domani in Comune lo dirò, all’impiegato, che la mia DIA per la ristrutturazione di un piccolo appartamento va oltre, mira ad una “architettura digitale come protesi della Natura, al diritto alla biodiversità estetica, etica e politica”. Quindi, poche proteste se manca metà del progetto e i rapporti aeroilluminanti sono molto al di sotto di un ottavo della superficie. Che mi significa un ottavo della superficie davanti alla “riconversione dell’habitat planetario”? Ma lei, caro impiegato del Comune, nonché collega, “archiworld magazine” di settembre non l’ha letto?

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