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ilblogdellacosa Le cose hanno un fascino misterioso
Me ne vado dal Cannocchiale
post pubblicato in Diario, il 25 settembre 2011
A quanto pare questa piattaforma ha più di un problema. Ho deciso finalmente di trasferirmi ad un nuovo indirizzo. http://il blogdellacosa.blogspot.com Voi 25 lettori, continuate a seguirmi. Grazie

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E meno male che i calciatori scioperano
post pubblicato in Diario, il 26 agosto 2011
Così stiamo un altro paio di settimane in pace senza calcio!

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Ikkyu e Giufà: l'abito fa il monaco, sia in Cina che in Sicilia
post pubblicato in Diario, il 25 luglio 2011

Riporto queste due brevi storie perché mi ha fulminato la loro fondamentale identicità.

Il primo racconto è uno dei migliaia di racconti della tradizione buddista, il secondo è una favola popolare della tradizione siciliana (nella sua raccolta, Calvino la indica come catanese). Li trovate entrambi in internet un po' d'apperturro: non c'è copiyright da rispettare, è roba di tutti.

Entrambe, con leggerezza e incisività narrativa, con il minimo di parole e di immagini, ci raccontano un concetto ancora valido: il contenitore è importante spesso più del contenuto. Il che meriterebbe (in futuri post?) gustosi approfondimenti cultural-socilogici.


"Ricchi signori invitarono Ikkyu a un banchetto. Ikkyu arrivò con indosso la sua veste da mendico.
L'anfitrione, non riconoscendolo, lo scacciò.

Ikkyu andò a casa ,indossò l'abito cerimoniale in broccato rosso e tornò. Accolto con grande rispetto, venne introdotto nella sala del banchetto. Qui depose il suo abito da cerimonia sul cuscino dicendo: " Immagino tu abbia invitato la mia veste, dal momento che poco fa mi hai scacciato", e se ne andò."


"Giufà, giacché era mezzo rimbambito, nessuno gli faceva una cortesia, come sarebbe a dire di invitarlo o dargli qualche cosa.

Giufà una volta andò in una masseria, per avere qualcosa. I massari appena lo videro così malandato poco mancò che non gli scagliassero il cane addosso; e lo mandarono indietro più storto che dritto.

Sua madre capì la cosa, e gli preparò una bella camicia, un paio di calzoni e un gilè di velluto.

Giufà, vestito come un campiere, ritornò nella stessa masseria e lì, dovevate vedere che gran cerimonie! … e lo invitarono a tavola con loro. Anche a tavola tutti continuavano con le cerimonie.

Giufà, per non sapere né leggere né scrivere, quando gli servivano il mangiare, con una mano si riempiva la pancia, con l’altra mano ciò che avanzava se lo riponeva nelle tasche, nel berretto, sotto la camicia.

Ad ogni cosa che riponeva, diceva: "Mangiate, vestitini miei, chè voialtri siete stati invitati, non io!"



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Architetti, fate le scale (consigli quasi seri agli architetti, come li avrebbe scritti Giò Ponti, modestamente)
post pubblicato in Diario, il 6 luglio 2011

La scala è uno dei protagonisti della composizione architettonica.

Salire: percorrere in verticale l'edificio. Avere visioni orginali e inaspettate dello spazio interno dell'edificio (ci aveva già pensato, con successo, Le Corbusiere con la sua "promenade architecturalle"). Salire è una bella esperienza quando si scopre qualche cosa di nuovo.

Oggi le scale sono sempre più spesso cieche, senza viste: salire è un gesto ripetitivo e triste.

L'architetto che vuole strafare farà scale tutte a sbalzo dal muro oppure scale in vetro e acciaio: sono sculture belle da vedere, che però a salirle non dicono niente.

Anche Calatrava ha fatto una scala di vetro a Venezia: che caduta di tono... Quando si vuole guardare cosa c'è sotto una scala, basta sporgersi!

Scarpa faceva scale con tutti i gradini diversi, non in altezza (se no si inciampa) ma in larghezza, texture, materiale. Perché salire le scale è un movimento meccanico acquisito, che si ripete per miglialia di volte nella nostra vita. Far percorrere le scale mantenendo vivo l'interesse è il primo obiettivo dell'architetto.

Le scale devono essere sempre comode e sicure: l'estetica viene dopo. Una bellissima scala scomoda è un delittto, quanto una scala senza parapetto (lasciatela fare agli sprovveduti).


Avanti tutta con il freno a mano tirato: Catania e il suo PRG (del 1964!)
post pubblicato in Diario, il 26 maggio 2011


A proposito di mancanza di progetti e visioni del futuro nelle italiche genti, o se preferite, in questo caso, nelle sicule genti. Si dà il caso che a Catania da decenni si attende un nuovo PRG. Quello in vigore, redatto da un nome altisonante dell'urbanistica italiana come Piccinato, ormai è cotto e stracotto. Ma non quanto il Regolamento Edilizio, che risale al 1935, diventanto lettera morta e dimenticato anche dal Dipartimento di Urbanistica.
Quelli che per volontà o per necessità mettono il naso in cose di architettura vera, costruita nel mondo comune e non nel paradiso dei grandi musei per grandi architetti, sanno cosa voglia dire questa mancanza. Si brancola nel buio perché mancano norme certe e tutto il potere passa nelle mani dei funzionari, che sono costretti a interpretare le norme in modo discrezionale (e i furbetti approfittano di questi spazi enormi per favori nepotismi mazzette ecc ecc).

Eccoci qua nel 2011. Quando riuscirà Catania a darsi un nuovo PRG? Sono aperte le scommesse. La città intanto paga in occasioni perse nei decenni questo ritardo, paga una rete di favoritismi e vie semilegali per ottenere i permessi, che sarà sempre più difficile estirpare.

Ma tiriamoci su: da poco ha aperto l'IKEA.
Altri 2 da leggere e rileggere
post pubblicato in Diario, il 26 febbraio 2011


Sarà la vecchiaia: ne ho dimenticati due di libri da leggere e rileggere e mi tocca integrare.

Jorge Luis Borges: Ficciones. Quasi tutti racconti memorabili. La lotteria, la biblioteca di babele, i sentieri dei giardini che si intersecano (cito a memoria) eccetera eccetera. Memorabile però l'ultimo racconto in cui si teorizza che la vera incarnazione di Cristo è Giuda e non Gesù... Quello che proprio mi piace di Borges è la sua capacità di condensare tante idee in poche righe e di aprire prospettive mostrando percorsi dove il lettore può avviarsi e perdersi da solo.

George Perec: La vita. Istruzioni per l'uso. C'è tanta di quella roba da fare spavento. Perec riscostruisce una comunità, un pezzo di città ma non come una mappa, piuttosto come un pezzo di vita vissuta. Ogni tanto sento la voglia di tornare a guardarci dentro, a perdermi nella realtà parallela del romanzesco, è un Balzac del 900, quello che con la Comedie Humaine vuole scostruire dentro la letteratura uno specchio che rifletta personaggi della vita reale. Non so se Perec voglia ripetere il mondo reale o voglia crearne uno indipendente, una realtà virtuale autosufficiente: sicuramente intriga.
Libri da leggere e rileggere (poi, leggere ancora)
post pubblicato in Diario, il 25 febbraio 2011


In media un italiano non legge neanche un libro l'anno: può perdere tempo a rileggere lo stesso libro? Primo punto: questo post è per quelli che in Italia possono tranquillamente definirsi intellettuali, gente che legge almeno tre libri l'anno. Cari intellettuali, non so se capita anche a voi di rileggere un libro. E non finisce lì. Di leggere per una terza volta e infine pernsare: "quasi quasi tra qualche anno me lo rileggo!".
E' un sintomo chiaro di asocialità, di intellettual-secchionismo o pipe mentali che girano a vuoto. Eppure ci sono libri così densi che per iniziare a capirli, a farli tuoi, a dare del tu all'autore, devi percorrerli più volte.
Basta chiacchere. Vi dico quelli che io rileggo con piacere e con guadagno.

Italo Calvino: Marcovaldo
Sono racconti brevi. Marcovaldo è un personaggio magnifico, un operaio spiantato con la sensibilità poetica delle persone semplici. Un pasticcione buono. Così leggero e godibile Calvino non lo trovate da nessuna parte. Ad ogni rilettura, la freschezza rimane e stupisce.

Roland Barthes: Tutto
Barthes in Italia lo pubblica Einaudi e se lo fa pagare, tranne nelle ultime edizioni tascabili. Ma ogni libro va comprato e letto. Preferisco tra tutti "l'impero dei segni", "frammenti di un discorso amoroso" e "saggi critici" (quest'ultimo varia di dimensioni a seconda dell'edizione che trovate in libreria o in bancarella). Barthes è una fonte di riflessioni senza fine. Leggere, rileggere, ririleggere.

Giò Ponti: Amate l'architettura
Roba per architetti o per amanti dell'architettura e dell'arte. E' scritto per frammenti, si può rileggere e rimuginare a piacere, a piccolo morsi o a grandi abbuffate. Spunti di riflessione a non finire. Contraddittorio come deve essere chiunque voglia parlare schietto e non fare discorsetti teorici sull'arte, come il 98% della critica d'arte che trovate negli scaffali.

Bruno Munari: Da cosa nasce cosa
E' andato e va ancora tanto di moda tra i designer fighetti. Ma rimane un gran personaggio, ironico, diretto, un artista designer, buon comunicatore, sempre curioso, sempre divertito. Brevi saggi illuminanti e irriverenti. Per tutti: e non è da poco spiegare a tutti cose comlicate come il progetto, cose così semplici come un progetto.

Bruno Latour: Non siamo mai stati moderni
A me questo libro ha dato una scossa. Dopo averlo letto non ero più la stessa persona. (Ogni mattina, a ben vedere, non sono più la stessa persona del giorno prima, ma qui entriamo in lunghi, vaghi, ammalianti discorsi). Un saggio da digerire che fa a pezzi la supponenza dei "moderni", che, brandendo la scienza come una spada, pretendono di appartenere ad un presente isolato per sempre da ogni passato. E che mette in crisi il confine tra natura e società.

Paul Feyerabend: Dialogo sul metodo
Le certezze della scienza iniziano a franare. Che c'è di strano? La conoscenza è sempre un cammino, non si arriva mai alla meta. Dunque meglio viaggiare con il proprio spirito critico: "Non ho molto rispetto per quelli che vogliono fare da guida o permettono la formazione di scuole atte a produrre tali "guide". Al contrario, penso che molti dei cosiddetti "educatori" del genere umano siano solo criminali assetati di potere i quali, essendo insoddisfatti della propria meschina personalità, vogliono rengare sulle menti altrui e fanno tutto quelo che possono per aumentare il numero degli schiavi."


Esisto, desidero, pretendo
post pubblicato in Diario, il 6 febbraio 2011

Il movimento operaio per me significava un'etica del lavoro e della produzione, he nell'ultimo decennio è stata messa in ombra. In primo piano sono oggi le motivazioni esistenziali: tutti hanno diritto di godere per il solo fatto che sono al mondo. E' un creaturalismo che io non condivido, non amo la gente per il fatto semplice che è al mondo. Il diritto di esistere bisogna guadagnarselo, e giustificarlo con quello che si dà agli altri. Per questo mi è estraneo il “fondo” che oggi unifica l'assistenzialismo democristiano e i movimenti di protesta giovanile.

Italo Calvino, Sitazione 1978, intervista raccolta in Eremita a Parigi, Oscar Mondadori, 2002


si ha sempre più l'impressione che le persone desiderino – nel senso del desiderio amoroso – perché si è loro mostrato che bisogna desiderare. E' questo uno dei risultati della cultura di massa. Questa civiltà dell'immagine ci dice che bisogna amare il corpo, proponendoci dei modelli, al cinema o nella fotografia pubblicitaria.

Roland Barthes, Il corpo ancora, trascrizione di intervista televisiva, contenuto in Il senso della moda, a cura di G. Marrone, Einaudi, 2006


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Sono su Flickr
post pubblicato in Diario, il 20 gennaio 2011
Ho scoperto, con la velocità degli anziani dentro qual io sono, anche questo sito qui. E ci vado caricando immagini, per ora le illustrazioni per bimbi (poche, pochissime) che ho fatto negli ultimi mesi per divertimento o per regalo ( ma sempre per divertimento). Poi proseguirò con quadri, disegni e magari anche foto.
Se volete sbirciare...

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Una repubblica delle olive
post pubblicato in Diario, il 27 settembre 2010


Newsweek scombina l'idea di nazioni e continenti tradizionali e prova a stilare una nuova sintesi delle aree omogenee esistenti oggi al mondo. Un'analisi geopolitica, per chi mastica di queste cose. L'Italia fa parte del gruppo delle Repubbliche delle Olive e non è davvero in buona compagnia. Se leggete qualche pubblicazione tipo "Il mondo in cifre" (vedi Internazionale), vi renderete conto che non è il primo campanello d'allarme. A buon intenditor, poche parole.
Ma quali sono i ministeri indispesabili?
post pubblicato in Diario, il 3 agosto 2010
Riprendendo un articolo del Post che si chiede se sia davvero indispensabile la Poltrona, ora vuota, di Ministro per l'Industria, mi chiedo, con più ruvidità: ma quanti sono i Ministeri davvero indispensabili?
Quanti sono nati e proliferano solo dare un posto fisso a gente che altrimenti sarebbe (istituzionalmente) disoccupata?

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Cosa succede in Afghanistan?
post pubblicato in Diario, il 31 luglio 2010


In Italia, come succede per tutto ciò che accade all'estero, arrivano solo eco lontane di quel che avviene in quello che è lo scontro internazionale più impegnativo, dopo la seconda guerra mondiale, in termini di uomini e mezzi per gli Stati Uniti. Tranne come in questi giorni, in cui sono morti dei militari italiani: ma si guarda più al dolore dei familiari che al luogo e alle modalità in cui questa morte è avvenuta.

Si è dimesso il generale Stanley McChrystal

Al lettore curioso di fonti “non allineate” all'informazione caciarola del “mainstream de noaltri”, non sarà sfuggito ad esempio che meno di un mese fa si è dimesso il comandante delle forze statunitensi e Nato per la campagna afghana, Stanley McChrystal, in seguito ad una articolo su di lui e sul suo entuorage scritto da un free lance (Michael Hastings) e pubblicato su Rolling Stones (roba da matti: ve lo figurate da noi un generale che si dimette dopo che è apparso su di lui un articolo, firmato da uno sconosciuto e non da Vespa, e apparso su Sorrisi e Canzoni? ).

Le rivelazioni di Wikileaks

Lo stesso lettore curioso avrà avuto notizia dei diari raccolti da Wikileaks e condensati/pubblicati in concomitanza da tre testate rinomate come il New York Times, il Guardian e lo Spiegel (neanche una testata italiana, avete notato?) in cui emergono sull'Afghanistan realtà scomode per la gestione delle vittime civili e una pessima impressione sui soldati occidentali, impauriti ed aggressivi, alle prese, piuttosto che con un nemico preciso, con le regole da seguire per distinguere chi sia nemico e chi no (una situazione psicologicamente destabilizzante, per chi rischia ogni giorno di morire).

Domande difficili

Ma il nocciolo della questione, per quanto mi riguarda, è il seguente: cosa pensano di fare in Afghanistan gli americani? Pare che Obama e il Pentagono (i politici e l'esercito) abbiano le idee piuttosto confuse. Terminata la fase di “risposta agli attentati dell'11 settembre”, quindi alla conquista dell'Afghanistan per abbattere il regime talebano, è rimasto in piedi uno stato piuttosto malconcio, guidato da un figura di scarso rilievo e con poche propensioni democratiche (il presidente Karzai), oltre ad una guerriglia sempre pericolosa ed al controllo di alcuni territori piuttosto traballante.

Quando torneranno i ragazzi a casa ? E cosa lasceranno laggiù? I risultati concreti conseguiti sono paragonabili alle spese sostenute e alle vite perse? A queste domande, ho l'impressione che nessuno oggi sappia dare una risposta.

Come (non) si racconta questa guerra

Sempre parlando del nostro cortile, vi sarete accorti che questa guerra non viene raccontata affatto. Le immagini che si vedono sono quelle di qualche soldato armato che fa check-in per la strada: mai soldati alleati feriti, campi di battaglia, nemici morti o presi prigionieri. E anche a parole, mai riferimenti ad azioni concrete ma ad astrattissime operazioni di peace-keeping contro le insurgence, e via così con inglesisimi che sembrano mascherare più dire (anche i soldati italiani parlano così: le guerre moderne si combattono in inglese?). Insomma, cortina fumogena sulle attività delle forze armate e sull'aria che tira tra i civili in Afghanistan. Rarissimi i reportage. E il sospettoso uomo occidentale subito si chiede: ma c'è forse qualcosa da nascondere?



FONTI

http://www.ilpost.it/2010/07/26/i-diari-di-guerra/

Internazionale, n.853, 2/8 luglio 2010, pag. 26-37.


Nostalgia delle copertine dei LP
post pubblicato in Diario, il 26 luglio 2010

Pur essendo quasi quarantenne, a volte ho l'impressione di aver vissuto un secolo fa: forse la mia generazione è stata l'ultima a vivere in un mondo senza computer, in cui si ascoltava ancora musica su vinile e per telefonare fuori città bisognava intasare il telefono di gettoni.

E così, pur vivendo a mio agio tra pc e telefonini, conscio delle enormi possibilità che questi strumenti ci hanno aperto, ogni tanto sono colpito dalla nostalgia. Recentemente, mi sono accorto che, con la musica diventata volatile grazie al formato mp3, nonché ai minuscoli riproduttori musicali che la portano ovunque (ma negli anni '80 c'era già il Walkman della Sony, con la sua cassettina registrabile a piacere mettendo insieme magari canzoni di diversi dischi...), è scomparsa la copertina.

Anche se la musica è tutt'altra cosa rispetto alla comunicazione visiva, la copertina di un LP aveva una funzione importantissima: rimaneva in mente. Quando penso ad un album del mio periodo esplosivo/esplorativo della musica (come tardone, ci sono arrivato solo intorno ai 18 anni), mi viene subito in mente la copertina. Erano le immagini e i testi contenuti su questo supportone cartonato a dare un tono a tutta l'opera, a completarne l'identità. Ancora oggi, l'ascolto di un brano scoperto allora, quando ancora si trovavano gli LP in vinile, a prezzi convenientissimi visto che incalzava il CD, risveglia in me la memoria visiva di copertine memorabili come quelle dei Beatles, dei Pink Floyd, di un De André o dei Led Zeppelin. Già con il passaggio al CD, il ruolo della copertina si andava ridimensionando, divenendo molto più piccolo il supporto (un quarto del vinile?) e mortificando ogni tentativo si inserire foto e testi, ridotti a dimensioni minuscole.

Come antidoto a questa nostalgia, ho deciso di fare un piccolo viaggio nella storia delle copertine, comprando, per soli € 9,90, un bel librino della Tasken di quasi 600 pagine: 1.000 record covers, a cura di Michael Ochs. Una ricchezza di materiale incredibile, una festa per gli occhi che accende ricordi di motivi musicali nelle orecchie. Per i nostalgici, come me.


Carruba e carati: storie tascabili di parole e cose per fare bella figura in società
post pubblicato in Diario, il 5 giugno 2010


La carruba è un frutto bistrattato dagli usi gastronomici italiani, che mi rimanda alle feste di paese, dove si trovava sulle bancarelle dei croccanti e dolciumi affini, nella provincia di Ancona di circa 30 anni fa.
Ma forse nessuno ricorda che i semi della carruba, "color bruno scuro, tutti dello stesso peso, sono i quirat (in arabo significa peso costante), impiegati per quantificare il peso delle pietre preziose e divenuti poi unità di misura, i carati."



FONTE: Davide Paolini, Le pietre preziose del carrubo, in Domenica, inserto culturale del Sole24Ore di domenica 30 maggio 2010, pg. 55.

Dipingo queste cose qui
post pubblicato in Diario, il 18 febbraio 2010
Mi sono ridato alla pittura, oltre al resto (non mi bastava il lavoro e l'arrivo della seconda figlia). Per iniziare ho messo in mostra le mie ultime opere qui.
Se proprio uno non avesse altro da fare.

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La carta è roba da vecchi
post pubblicato in Diario, il 6 febbraio 2010



Entrando in una cartoleria fornitissima con l'acquolina in bocca (quello spirito dei bambini davanti alla vetrina dei giocattoli, quel mondo inesplorato di opere ancora da fare, di materiale che promette infinite possibilità), sono rimasto deluso e ho capito di essere invecchiato.
Tutta la varietà colorata e trattata in mille modi che la cartoleria offriva era infatti adatta alla stampa (con stampante del pc, chiaramente). Niente carta di qualità per scrivere o disegnare. Al massimo cartoncino per improbabili opere di bricolage.
Il fatto è che oggi molto più che scrivere o disegnare, si stampa quel che si è scritto o disegnato al computer. Peggio: quel che ancora si scrive o si disegna, è giudicato di così poca importanza rispetto a ciò che si stampa, che la carta dedicata è avvilente, block notes a quadretti con fogli tipo velo di cipolla o quaderni e quadernoni con pesanti righe orizzontali viola.
Per trovare un blocco di carta minimamente di qualità, senza righe quadretti linee angolini, bisogna fare i salti mortali. Sembra strano al resto del mondo ma noi architetti ci siamo affezionati. E forse per questo la Pigna ci ha concesso una tipologia di blocco, con spirale e staccabile, fogli A4 tutti bianchi, battezzandolo appunto "Architetto" (seppure la carta impiegata non sia poi esaltante).
Non parliamo di belle carte artistiche, con tessuto nell'impasto: sono rarità che si trovano solo negli ultimi negozi per belle arti rimasti. Negozi per i nostalgici ed i vecchi, come me.
Gli artisti italiani della Biennale di Venezia n.°53
post pubblicato in Diario, il 23 gennaio 2010
Arrivo in ritardo solo di sei mesi.
Leggo qui l'elenco degli artisti italiani selezionati per la Biennale, la créme dell'arte italiana. Mi incuriosisco: chi troverei come compagno di strada se in questo mondo (ahi! modestia!) entrassi anch'io?
Per me che ignoro gli artisti degli ultimi quarant'anni perché spesso nauseato dal pressappochismo delle opere, ci sono anche delle sorprese positive ( e delle cose imbarazzanti...). Segue un elenco degli artisti con relativo sito di riferimento per capire a grosse linee cosa producono. I commenti, forse, in prossimo post.

Matteo Basilé, Manfredi Beninati, Valerio Berruti, Bertozzi&Casoni, Nicola Bolla, Sandro Chia, Marco Cingolani, Giacomo Costa, Aron Demetz, Roberto Floreani, Daniele Galliano, Marco Lodola, MASBEDO, Gian Marco Montesano, Davide Nido, Luca Pignatelli, Elisa Sighicelli, Sissi, Nicola Verlato e Silvio Wolf.
La vita agra
post pubblicato in Diario, il 7 gennaio 2010




I giorni a cavallo tra la fine e l’inizio dell’anno sono quelli di bilancio sull’anno appena trascorso.

Per me è stato un anno di esperienze lavorative importanti, di nuova casa (in affitto) ma anche di ristrettezze economiche. Perciò, leggendo “la vita agra” di Brancati, ritrovo le mie stesse preoccupazioni economiche (e non solo) per l’anno che verrà, e per gli anni a venire, in cui dovrò crescere due figlie con mia moglie.

Faccio progetti per il nuovo anno, dato che una vecchia collaborazione va scomparendo e la libera professione di architetto non rende abbastanza da pagare tutte le spese, tasse, bolli, multe, bollette. Cosa hanno fatto, in fondo, i miei genitori, per tutta la loro vita, fino ad oggi, se non tirare avanti, come Brancati, con la preoccupazione sempre del domani, di quel che non si è previsto, dei soldi che possono mancare in ogni momento? Vita agra, quella del libero professionista: piccolo imprenditore che può contare solo sulle sue capacità intellettuali e sulla possibilità di raggiungere clienti motivati e disposti a pagare la parcella.

 

Sarà una anno di passaggio, il 2010, in cui si deciderà del futuro della mia professione. Intanto ho deciso di riprendere seriamente la pittura. E speriamo bene.


(L'acrilico su carta sopra riprodotto è frutto del mio lavoro ai pennelli durante le vacanze, si intitola "passaggio nel castello", rielaborazione di una foto scattata al Castello Sforzesco).

Bevi sempre nel bicchiere giusto
post pubblicato in Diario, il 2 ottobre 2009



Di questi tempi, in cui l’approssimazione viene fatta passare come “liberalità” di costumi (segno di vecchiaia quando si inizia a dire che mala tempora currunt!), ci sono semplici norme di galateo o, se si preferisce, di saper vivere, che vengono calpestate con noncuranza.

Un esempio tra tutti: la scelta del bicchiere.

Pare poca cosa, ma chiunque apprezzi una bevanda non può fare a meno di scegliere il contenitore giusto, il bicchiere che più si adatta a enfatizzare i sapori. Parlo in particolare di vino e birra, ma altrettanto si potrebbe dire dei cocktails come del tè o del caffè. Ci si gloria di essere, noi italiani, produttori di grandi vini, per poi, in concreto, averne una conoscenza superficialissima (lo stesso accade per le opere d’arte di cui la nostra penisola abbonda e di cui gli italiani sono ignorantissimi).

Iniziamo dal classico caso di assassinio del gusto: l’accoppiamento che si trova di solito alla tavola del ristorante con poche pretese o degli amici che ti invitano a cena, ovvero il bicchiere grande per l’acqua e quello piccolo per il vino. Niente di più assurdo: dovrebbe essere piuttosto il contrario, dato che l’acqua non ha bisogno di spazio per essere rigirata o sprigionare odori, mentre il vino sì! Così la bottiglia di vino che avete scelto dopo un quarto d’ora di soppesamenti e riflessioni, di comparazioni di prezzi e ricordi gustativi, verrà miseramente sputtanata da un bicchiere magari senza gambo, nano, con la coppa della grandezza di una prugna.

Cosa c’è di peggio? Il bicchiere colorato. Va bene forse per l’acqua: ma provate a bere un vino bianco nel bicchiere color fumé per provare un  senso di truffa visiva, quasi di sofisticazione alimentare.

C’è ancora di peggio? Certo: il bicchiere di plastica. Orribile invenzione dell’uomo, che appiattisce e mortifica ogni gusto della bevanda (e ogni senso estetico del bevitore). Forse si può ammettere alle feste di compleanno… ma non se lo merita neanche chi beve Coca Cola!

La cafoneria nell’uso del bicchiere è un fatto: la maggioranza delle persone a cui tenderete il vostro calice da vino bianco lo prenderà appoggiando ben saldo il palmo della mano alla base della coppa, come si trattasse di un cognac da riscaldare con il proprio calore: quando invece il gambo del bicchiere serve proprio a tener lontane le manacce dal vino fresco!

E cosa dire di quei barbari che devono la birra direttamente dalla bottiglia? Ignorano che ogni birra ha diritto alla sua tipologia di bicchiere, per esaltare tutti i suoi profumi e i suoi sapori… tranne le sciacquette tipo Nastro Azzurro, è chiaro: il bicchiere non può fare miracoli.

Ho aperto un nuovo blog di scarabocchi
post pubblicato in Diario, il 4 settembre 2009
Dopo essere stato fulminato dalla visione di Urban Sketchers (attraverso questo blog), ho deciso di rispolverare i miei disegni vecchi e di pubblicarli in questo modesto nuovo blog, con la voglia di condividerli con gli altri disegnatori della rete e soprattutto come stimolo a me stesso (quante buone conseguenze dall'egoismo!) a produrne di altri.

Vi invito allora a cliccare sul nuovo sito che si chiama, pomposamente, microscarabocchi.
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