.
Annunci online

ilblogdellacosa Le cose hanno un fascino misterioso
Quanti mazzi di carte da gioco esistono in Italia (o esistevano quando ancora si giocava a carte)
post pubblicato in Italianio ci sarà lei!, il 27 giugno 2011


Parlando di mazzi di carte carte da gioco:

"L'Italia dei paesi, dei campanili, dei principati, delle province, delle tante piccole patrie, la nostra amata astrazione geostorica ha prodotto, usato e coltivato una notevole varietà di sottotipi, e non solo del tipo latino. Difficile dire se oggigiorno di questa peculiarità rimanga ancora molto, o pochissimo, a livello di coscienza nazional-popolare... La televisione non ce ne parla mai, ne sappiamo poco. La Dal Negro, rinomata ditta trevigiana, ha in catalogo una scatola contenente ciò che, mazzo più mazzo meno, è rimasto di questa plurisecolare folla cartacea. Sono 16 mazzi di carte. Stanno li nella scatola, senza presentazioni e/o inquadramenti critici. Ma in effetti si presentano da soli: un campionario d'immagini che è una vera sagra di stampe popolari, abbondante di folkloriche raffinatezze. Troviamo carte con tutti i tipi di semi, con indici o senza (le triestine e le sarde sono tutte indicizzate numericamente, anche le figure), a figure intere o raddoppiate, con i «motti» e non, di formati differenti (le più piccole sono le bresciane, le più grandi le toscano/fiorentine), le siciliane, le lombardo/milanesi, le sarde e le sali-sburghesi hanno disegnini supplementari; ci sono le più diffuse che sono le napoletane e le piacentine; la maggior parte sono 40 per mazzo ma le bresciane e le trentine sono 52, e le trevisane, con due matte, 54...Ma facciamo un minimo d'ordine. Tipo italiano: trevisane, trentine, triestine, bergamasche, bresciane. Tipo spagnolo (i bastoni sono delle clave, e le spade dei gladii): piacentine, romagnole, napoletane, siciliane, sarde. Tipo francese: piemontesi, lombardo/milanesi, genovesi, toscano/fiorentine. Come rappresentante del tipo tedesco troviamo un mazzo di carte salisburghesi, varietà della varietà bavarese, ancora ben diffuse in Alto Adige. Poi troviamo la Primiera bolognese, che sarà pure di tipo italiano, ma forse più di tutti gli altri mazzi presenta l'aria di un romantico alieno.., come di una zingara fuggita dal Paese dei Tarocchi!"


Dario Bonomolo, Dizionario dei giochi carte e tasselli, Editori Riuniti, 1995

La foto è tratta da http://emiliotremolada.wordpress.com/.

Italiano, da dove vieni?
post pubblicato in Italianio ci sarà lei!, il 1 giugno 2011
Torno sul tema dell'italianità, che i festeggiamenti, già sfumati, dei 150 anni dalla formazione dello stato italiano, hanno solo sfiorato.
Come si è formata l'idea di uno stato e di un popolo italiano? Soprattutto attraverso la lingua e la letteratura in italiano. Prima con i libri come vettori, poi con la televisione.
Iniziamo dai libri e leggiamo una nuova e interessante rubrica sul ilpost.it : Itabolario.
Che cos'è l'Italia
post pubblicato in Italianio ci sarà lei!, il 25 maggio 2011


Ecco un articolo in linea con le mie elucubrazioni poco rispettose e problematiche nei confronti del Risorgimento e dell'Italia oggi.
Chi o cosa sono gli italiani? Come nasce la nostra lingua? L'Italia è più frutto di convinzioni di unità nazionale o di effettiva unità di culture?
Leggete, si parla di libri.
Italia:150 anni di passato, nessuna idea per il futuro
post pubblicato in Italianio ci sarà lei!, il 16 aprile 2011


Non bisogna mai smettere di fare i conti con il proprio passato. Ma bisogna anche avere idee per il futuro. Che dire di un paese come l'Italia che vive un vuoto di pensieri sul futuro da decenni?
Questo è il motivo principale per cui ritengo che il nostro sia un paese in evidente declino. E non c'è sud o nord, destra o sinistra, professori o operai che facciano la differenza.

Forse è per questo che l'architettura è rimasta al palo da anni: a nessuno interessa costruire il futuro, quasi nessuno ha il coraggio di PROGETTARE.
Garibaldi, i Mille e la sgangherata conquista della Sicilia: parte prima
post pubblicato in Italianio ci sarà lei!, il 22 marzo 2011
  1. Come nacque l'idea della spedizione dei Mille e chi ne preparò la partenza?

Di sicuro, non Cavour, che la ostacolò in continuazione e la temette, per il rischio di compromettere le relazioni internazionali con la Francia, l'Inghilterra e la Russia. Nemmeno Vittorio Emanuele II, che subito si impennò di gelosia verso la bella figura che stava facendo quel Garibaldi, mentre lui, il re, stava a Torino a fare la ciola. Dicono che ne tirasse le trame Crispi. Certo Garibaldi non era un buon organizzatore. La questione logistica delle imbarcazioni, delle armi e delle munizioni, dei mille volontari (forse poco più, forse poco meno) e dei soldi (raccolti pare in Inghilterra e Scozia ma anche negli stati italiani, con sottoscrizioni per la causa unitaria), non era cosa che poteva fare da solo.

  1. Ma chi erano i Mille?

Una raccolta disomogenea e folkloristica di gente, vestita in mille modi diversi, chi con le divise dell'esercito sabaudo appena disertato, chi (un centinaio) con la camicia rossa che diventerà poi famosa. Una buona metà laureati, l'altra metà del ceto medio. Contadini nessuno: l'Unità d'Italia non fu voluta dai poveracci che campavano a stento in tutto il territorio dello stivale. Armi vecchie e arrugginite (Cavour aveva fatto confiscare 500 buone e nuove carabine), munizioni poco e niente.

  1. Perché proprio uno sbarco in Sicilia?

Era iniziata, un mese prima dello sbarco a Marsala dei Mille, una rivolta contro lo stato borbonico, che però era stata repressa e sopravviveva solo in pochi focolai. Garibaldi tentennò fino all'ultimo sul partire o no, per non fare la fine di altri coraggiosi che, trovato poco sostegno popolare, erano finiti nelle mani delle autorità e infine giustiziati. Pare che Crispi abbia falsamente fatto credere a Garibaldi che la rivolta era forte e in pieno corso.

  1. Qual'era l'autorità di Garibaldi per imporre una dittatura militare?

Garibaldi si autoproclamò quasi subito “dittatore”, in nome di Vittorio Emanuele II, Re d'Italia. In realtà, Vittorio Emanuele Re d'Italia non lo era ancora, dato che il Piemonte aveva semplicemente annesso la Lombardia dopo l'armistizio di Villafranca. D'altronde, se le cose si fossero messe male, sia Vittorio Emanuele che Cavour erano pronti a scaricare Garibaldi e il suo seguito come una banda indipendente di rivoltosi senza alcun collegamento con lo stato sabaudo. L'autorità di Garibaldi era solo quella imposta dalle armi (seppur deboli) e dalla millanteria, materia in cui il generale andava forte e che sarà la base del successo dell'impresa.

  1. Come riuscirono mille soldati male in arnese a vincere contro almeno 20.000 soldati inquadrati, con armi e munizioni di qualità e ben posizionati territorialmente?

Se lo chiedono ancora molti storici. La fortuna, l'azzardo, l'abilità di Garibaldi e la forza degli ideali e della disperazione. Sulla strada per Calatafimi, il primo vero scontro, fu una vittoria fortunosa, una scaramuccia confusa vinta con assalti alla baionetta scoordinati, che disorientarono i borbonici, ben appostati su un'altura, in numero tanto maggiore che la proporzione era uno a tre, meglio armati. Quando la vittoria sembrava nelle mani dell'esercito borbonico, il generale Lanza, dalla sua carrozza (aveva settant'anni suonati, non andava più a cavallo) decise che la miglior mossa era di ritirarsi in buon ordine e lasciare il campo ai quasi sconfitti e increduli garibaldini.

La presa di Palermo è ancora più incredibile: la guarnigione contava quasi 17.000 soldati, Garibaldi, con i picciotti, era forse a 3.000. I borbonici erano chiusi in fortificazioni difficilmente espugnabili, forniti di artiglieria, munizioni e viveri. Eppure l'appoggio popolare ai garibaldini, la paura di rimanere isolati dal resto dell'esercito, l'arroganza di Garibaldi li convinse alla resa in cambio di potersi tutti liberamente imbarcare per Napoli.


Brodetto o Cacciucco? Note sull'unità gastronomica d'Italia
post pubblicato in Italianio ci sarà lei!, il 24 novembre 2010


“Dal punto di vista gastronomico le Marche rappresentano un'identità che va analizzata nei suoi due principali aspetti, ugualmente determinati a formare sapori e piatti caratteristici: quello marinaro della costa e quello campagnolo e montanaro. I centri del litorale, ad esempio, hanno dato origine a una delle specialità classiche della gastronomia italiana, “il brodetto marchigiano”: una zuppa di varie specie di pesce. Ogni paese del litorale ha un proprio particolare brodetto, con ingredienti leggermente diversi da quelli del paese accanto, ed ogni cuoco apporta leggerissime modifiche e vanta personali segreti per la riuscita di questa zuppa che può sicuramente essere presa come simbolo dell'intera regione.

[…] … il promontorio del Conero segna il confine geografico di due diversi modi di intendere il brodetto. Da un lato c'è, infatti, il brodetto all'anconetana, […], dall'altro, passata Ancona e giunti a Porto Recanati, cambia aspetto e nella preparazione il pomodoro viene sostituito dallo zafferano e i pesci infarinati prima di essere messi nel tegame. L'intingolo che ne risulta è così un poco più denso.

Questo piatto, inoltre, si trova in tutta la costa, fino al confine con gli Abruzzi dove, per cucinarlo, è previsto l'impiego del peperoncino.”

M. Burani, L. Mattiello, Marche. A tavola in Italia. Ricette vini ristoranti, APS, 1990, Modena


“Cacciucco! Lasciatemi far due chiacchere su questa parola la quale forse non è intesa che in Toscana e sulle spiagge del Mediterraneo, per la ragione che ne' paesi che costeggiano l'Adriatico e sostituita dalla voce brodetto. A Firenze, invece, il brodetto è una minestra che s'usa per Pasqua d'uova, cioè una zuppa di pane e brodo, legata con uova frullate e agro di limone. La confusione di questi e simili termini fra provincia e provincia, in Italia, è tale che poco manca a formare una seconda Babele.

Dopo l'unità della patria mi sembrava logica consegunza il pensare all'unità della lingua parlata, che pochi curano e molti osteggiano, forse per un falso amor proprio e forse anche per la lunga e inveterata consuetudine ai propri dialetti.”

Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene



Lasciatemi fare due chiacchere sulle parole vuote che già si spendono e sentiremo spendere in vista delle celebrazioni spompate dei 150 anni di unità d'Italia. Ma cos'è stata poi e cos'è oggi questa unità d'Italia?

Il dibattito pare ridursi a due posizioni superficialissime: da una parte i nazionalisti difensori di una patria fatta con il sangue degli eroi risorgimentali e ormai radicata nel cuore di ogni italiano; dall'altra i denigratori dell'unità, vagheggiatori di una fantomatica nazione padana (invenzione storica ingenua, degna di uno scolaro somaro delle elementari...).

Le cose, come al solito, sono molto più complicate. L'Italia è la nazione degli 8.000 comuni, ognuno con la sua tradizione, condivisa, ma solo fino ad un certo punto, con i comuni vicini.

Ne sono testimonianza la lingua parlata e i dialetti ancora in vita (vedi il precedente post), ne sono conferma le gastronomie così diverse, la tradizione culinaria, il cacciucco e il brodetto.

E allora, che senso ha stare a lambiccare ancora su Garibaldi e Cavour? Cos'è davvero l'Italia, qualcuno lo sa? Un patchwork senza senso? Un collage tenuto insieme da quale colla? La pastasciutta e il calcio?

Meditate, italiani, meditate.

L'Italia dei dialetti: l'unità culturale è ancora lontana (se mai verrà)
post pubblicato in Italianio ci sarà lei!, il 4 luglio 2010


Più approfondisco, con i metodi e i tempi di un ricercatore per hobby che per mestiere fa purtroppo altre cose, le vicende dell'Unità d'Italia, e più mi convinco che si tratta di una questione contraddittoria, ancora tutta in fieri, per buona pace delle Autorità che incensano di retorica e buoni sentimenti una mitologica unità d'intenti degli italiani del passato e del presente.

In questo post, lasciando da parte l'epopea risorgimentale, che offre tanti spunti di approfondimenti e riflessioni, vorrei soffermarmi su quelli che sono i risultati, nel presente, di un meccanismo messo in atto già dalla metà dell'Ottocento (circa 160 anni fa!) e che ancora non sembra aver dato gli attesi frutti. Ho sempre sentito dire, fin dall'infanzia, che l'Italia è una nazione giovane e che con il passare degli anni (dei secoli?) un giorno si risveglierà molto più simile alla Francia o alla Gran Bretagna che alla Yugoslavia prima che divenisse ex-Yugoslavia. Ma sarà poi così? Ho l'impressione che questa voglia di essere uguali agli stati nazionali “storici” sia un errore di valutazione: la storia frammentata di genti e abitudini, che risale all'età dei Comuni e non all'Ottocento, ne ha segnato così profondamente la cultura (intendendo per “cultura” il significato che le dà l'antropologia recente) che l'italiano medio, a mio parere, si sentirà sempre appartenente ad una città e ad un territorio prima che ad una nazione.

Per dare qualche prova concreta di questa analisi, che piacerà a qualche movimento politico attuale furbetto, cito una fonte autorevole: il manuale della lingua italiana della Zanichelli, in cui vengono sinteticamente definite le macro-aree dialettali italiane. Ci sono solchi, nella piantina a colori a cui rimando, che pesano e fanno pensare.

In sintesi, i ricercatori della Zanichelli hanno pensato 7 grandi aree di dialetto:

  • gallo-italico” che comprende tutto il Nord d'Italia: Piemonte Lombardia Valle d'Aosta Trentino Alto Adige Liguria Emilia Romagna

  • veneto” con Veneto e Friuli Venezia Giulia

  • toscano” per la Toscana

  • mediano” (centrale) con Lazio, Umbria e buona parte delle Marche

  • meridionale intermedio” con il resto delle Marche, Abruzzo Molise Campania Puglia Basilicata

  • meridionale estremo” comprendente Calabria e Sicilia

  • sardo” per la Sardegna

Ed esistono poi delle piccole aree linguistiche indipendenti, come il ladino, l'istriano ecc...

Da cui, come minimo, uno si aspetterebbe 7 stati e non uno solo!

La televisione per prima, e poi radio, la stampa, i viaggi interni all'Italia, lo sviluppo tecnologico (difficile parlare in dialetto dei problemi del motore della nostra auto!), i maggiori scambi sociali (anche i social network, aggiungo io), hanno fatto in modo che l'italiano sia sempre più diffuso e che gli italiani siano in genere bilingui (parlano cioè il dialetto e l'italiano, ma esistono anche stadi intermedi, ovvero l'italiano regionale e il dialetto regionale). Le divisioni però rimangono. Per fortuna o purtroppo?

Una generazione di italiani che parlano solo italiano e hanno abbandonato il dialetto, mi appare ancora lontana. Per fortuna, dico io: le differenze culturali non vanno nascoste o taciute, sono una ricchezza tutta italiana. L'Italia è una repubblica fondata sui paesi, è così scandaloso? Ognuno ha il suo dialetto, il suo vino, il suo santo, il suo formaggio, il suo artigianato, la sua pietra, la sua storia.

Bisogna ripensare l'Italia, semmai, partendo da qui: non un immaginario popolo granitico (come l'avrebbe definito Benito) ma tanti piccoli gruppi di persone, che condividono alcune idee ed altre no.


P.S. Non è un argomento originale, anche se spesso ignorato. Lo hanno capito meglio di noi quelli che dall'estero vengono a trovarci. Leggere la citazione in inglese contenuta qui.
Sfoglia maggio