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ilblogdellacosa Le cose hanno un fascino misterioso
La storia fatta con le barzellette
post pubblicato in Le storie, il 9 giugno 2010
Capita raramente di leggere barzellette storiche, ovvero associate ad un definito periodo storico. la storia è sempre molto seria e impettita, non si rideva nel passato, sembra di capire.
Invece la barzelletta, l'umorismo, raccontano necessariamente un contesto ben definito e danno con poche parole un'idea del l'atmosfera, delllo spirito del tempo. Seguono tre umili esempi, raccattati in tre diverse letture.

(Parigi, 1941 circa, occupazione tedesca in corso)
- Ma hai sentito l'ultima? Ieri sera alle 21:30 un ebreo ha ucciso un soldato tedesco, gli ha strappato il cuore e se l'è mangiato!
- E' tutto falso e ti spiego il perché. Innanzitutto gli ebrei non mangiano carne di maiale, poi i tedeschi non hanno un cuore e per finire alle 21:30 sono tutti a casa ad ascoltare Radio Londra!

(Isole greche, seconda guerra mondiale)
Gli italiani hanno cambiato bandiera. Non più il tricolore ma una croce bianca su fondo bianco.

(Battute attribuite a Winston Churchill e a Lady Asquith, ma non si sa chiaramente chi dei due dia inizio al battibecco)
- Se fossimo marito e moglie, metterei del veleno nel tuo caffé.
- E se fossimo marito e moglie io quel caffé lo berrei.

FONTI:
Storia segreta della Gestapo, vol.4, Edizioni ferni, Ginevra, 1972
P. Roversi D. Parenti M. Ragusa, Eurobarzellettiere - risate senza confini, Mondadori, Milano, 1998
E. De Bono, Essere creativi - Come far nascere nuove idee conl tecniche del pensiero laterale, Il sole 24 ore, Milano, 1998


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permalink | inviato da ilblogdellacosa il 9/6/2010 alle 23:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ri-Risorgimento: la battaglia di Castelfidardo
post pubblicato in Le storie, il 20 settembre 2009
 

Faccio i conti con le mie origini: come tutti i miei compaesani fidardensi, sono cresciuto all’ombra dell’imponente monumento di bronzo e travertino, costruito ad inizio del ‘900, posto a ricordo della grandiosa battaglia combattuta nella valle del Musone.

Fu battaglia o scaramuccia? Durò poche ore, i morti furono 62 per i piemontesi e 88 per i papalini, i feriti 140 e 400 circa.

L’esercito papalino (variegato come un gusto gelato, tra indigeni, irlandesi, austriaci e franco-belgi, tra volontari e mercenari), male attrezzato e peggio condotto, fu portato allo scontro da un generale francese, Pimodan (che morì nei combattimenti), in una zona sfavorevole, e riuscì ad impegnare l’esercito piemontese con qualche brillante attacco, per cedere poi, per inconsistenza delle retrovie, le quali non seguivano la prima linea che pure qualche successo stava ottenendo. Forse a far pendere la bilancia a favore dei piemontesi fu l’artiglieria, usata contro la seconda linea dell’esercito papalino, con precisione grazie alle canne rigate.

La fuga di un battaglione si trasformò in fuga di tutto l’esercito papalino, verso Ancona, guidato dal generale in capo Lamorcièr per vie secondarie, essendo Ancona l’unica piazzaforte difendibile di tutto lo Stato Pontificio, oltre Roma. Si aspettavano rinforzi per mare, ad Ancona, che non arrivarono mai.
Una parte dei papalini, che riparò a Loreto, si arrese due giorni dopo, senza nessun combattimento.

Insomma, in fin dei conti, fu ben poca cosa. La Storia (con la S maiuscola, faccio notare) è stata scritta ingigantendo la battaglia di Castelfidardo, che fu un successo tattico importante perché chiuse praticamente gli scontri tra piemontesi e papalini, dimostrandosi il successivo assedio di Ancona poco più di un tiro al piccione, fermo e indifeso per di più. Probabilmente il generale eroe immortalato nel monumento a Castelfidardo mentre giuda la truppa (vedi foto sopra, di mia tremante mano), il gen. Enrico Cialdini, che scrisse un proclama di vittoria come se avesse sbaragliato un esercito quattro volte grande quello papalino, arrivò alcune ore dopo che erano iniziati i colpi di moschetto e non fece altro che dare il suo consenso all’operato del generale Villamarina.

Qui, o si rifà l'Italia, o si muore!


L'elmo di Scipio e la pastasciutta
post pubblicato in Le storie, il 6 settembre 2009
 

Vittorio Emanuele II: pare che si sia tagliato i baffi solo una volta in vita sua.

Nel 2011 si festeggerà l’unità d’Italia.

Innanzitutto ci si potrebbe chiedere come mai festeggiare, visto che nel 1861 non erano ancora territorio italiano né il Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige, e neppure Roma e il Lazio. La capitale era ancora Torino, per intendersi.

A seguire, ci si dovrebbe chiedere cosa festeggiare: le vicende che portarono al nuovo Regno d’Italia, che la storia addomesticata alla ragion di stato ha ammantato di bei patriottici sentimenti e che è stata già ovunque ridotta ad una epopea quasi comica, abitata da personaggi molto originali, come quel Vittorio Emanuele 2° che dell’elmo di Scipio diceva essere buono solo a cuocere la pastasciutta?

Oppure festeggiare il patchwork ancora irrisolto di genti italiche, persone con passati profondamente diversi e distanze geografiche degne dell’Australia (ci sono 1500 km circa tra la punta dello stivale e le Alpi)? Genti unite forse solo dalla pastasciutta, prima, e poi, dopo il boom degli anni 50, dalla televisione di stato e, insieme a questa, dall’italiano, lingua parlata incredibilmente da tutti gli italiani? (Gioverà ricordare che, ad esempio, il Conte Cavour stentava molto a scrivere e parlare italiano, come tanti suoi colleghi nell’impresa di fare l’Italia?)

 

Vedremo certamente, nei festeggiamenti, letture critiche del passato: non ne dubito. Invece di far finta che fu tutta opera di indefessi eroi, si approfondiranno, una volta per tutte, le vicende che portarono a fare l’Italia.

 

Intanto mi ripropongo, visto mai che qualche dettaglio nei festeggiamenti vada perso, di raccontare qualche brano di storia, a modo mio, da impiccione curioso che di mestiere non fa lo storico.

 

A presto dunque con qualche post risorgimentale: qui, o si rifà l’Italia, o si muore.

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