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ilblogdellacosa Le cose hanno un fascino misterioso
Le mie città: Ancona
post pubblicato in Le mie città, il 14 settembre 2008


Ancona è la città dei miei marchigiani. Non si può visitare in un giorno solo, se non accompagnati da una guida (anziana) del posto. Perché, come i miei marchigiani, ancona è schiva, non fa mostra di niente, non risponde se non interpellata.

Ancona ha il mare, è un porto da sempre. Ma se non lo si va a cercare, il porto quasi non si vede.

Proprio sopra al porto, che è commerciale, turistico, cantieristico e da diporto, su una collinetta che sembra continuare il promontorio del Monte Conero, c’è il Duomo di San Ciriaco, con la sua cupola verde. Ma il Duomo si vede solo da lontano: una volta in città, non si vede più. Salire al Duomo da Piazza del Papa (una bella piazza rettangolare sorvegliata da un enorme papa in pietra) è una delle passeggiate più belle: si sale in strette vie, davanti a palazzi vecchi e nuovi, tra tutti l’incredibile Palazzo degli Anziani, con una facciata di due piani verso la via e di 5 o 6 verso il porto.

Laggiù, vicino al porto, è una chiesetta romanica con una facciata di ghirigori in pietra e un interno semplice e candido. S. Maria della Piazza deve il suo carattere alla pietra del conero, un calcare bianco che riflette la luce e rimanda involontariamente al bianco minimale dell’architettura moderna.

Dentro al porto è rimasto incastonato e preso in ostaggio un arco romano pregevole, che ormai si guarda solo da lontano. L’altro gioiello del porto è la Mole Vanvitelliana, per gli anconetani “il lazzaretto”, costruzione pentagonale difensiva tutta in mattoni, oggi trasformata in museo e arena estiva per la proiezione di film.

Dal porto entriamo in città: si segue Via Garibaldi, il corso principale con i negozi più sciccosi, che sfocia in piazza Cavour, un grande invaso pavimentato a ghiaino, che sembra ideale per le parate militari di “Guerra e pace”. Su un lato della piazza, arrivano le “corriere” (qua si chiamano ancora così), dai paesi vicini: questo fa di piazza Cavour la piazza degli “stranieri”. Alle spalle della piazza, parte il Viale della Vittoria che va lungo e largo verso il mare del Passetto, spiaggia cementata famosa soprattutto per i suicidi (si scende con un ascensore dalla strada). Sul viale Ancona racconta la storia delle famiglie più ricche di inizio secolo, con case e palazzi in stile Liberty e Novecento. Il finale di tanta parata è un grande tempio rotondo, con l’Ara della Patria, in sfacciato stile fascista (ma i simboli più imbarazzanti sono stati asportati…). E’ come se la città lo avesse rigettato: attorno al tempio solo prati pubblici e lampioni e poi il vuoto, più sotto il mare.

(1 – Segue)


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Memorie di Assisi, scritte da un turista maltrattato e indispettito
post pubblicato in Le mie città, il 13 agosto 2008
 
Vagando per l’Umbria dove il Medio Evo, per fortuna o purtroppo, sembra non sia finito mai, il turista non può fare a meno di passare per Assisi, sede di una strabiliante basilica e punto di irradiazione dell’ordine dei monaci francescani. Appena giunto, il turista capisce subito che la sua visita è gradita dai ristoratori e venditori di molto inutili souvenirs, ma al contrario è sgradita agli amministratori del “capitale” francescano, consistente in un mito ancora rilucente (e niente rende di più di una bella storia ben raccontata, come ci ha insegnato il cinema) e di molte chiese, mura, affreschi, quadri, salme sante.

I suddetti amministratori francescani si mostrano subito terrorizzati dalla nudità esposta dai turisti estivi, appartenenti al sesso femminile in primis. Un occhiuto guardiano porge foulards alle signorine con le spalle ignude, degne più di una spiaggia (dove si sa, avvengono ogni genere di peccati carnali) che di un tempio consacrato alla serietà e al rigore sessuofobo dei bigotti del secolo scorso.

Passato questo primo controllo, il turista viene incanalato in percorsi prestabiliti, in fila o piuttosto in gregge con altri suoi simili. Al suo gioioso bisbiglio di meraviglia davanti ad affreschi e volte, il turista viene zittito da altoparlanti nascosti che gli intimano dei potenti “Ssssssss, silenzio! No pictures no video!”. Questi richiami vengono ripetuti alla bisogna, secondo la rumorosità del gruppo visitante, ogni due o tre minuti, con un tono soave, tale da far capire che, se non fosse obbligato dal luogo e dalla tunica, lo speaker direbbe volentieri: “zitti, brutti maiali da cotenna! Ora vengo a rompervi i denti uno per uno, ignoranti che non capite un cazzo della sacralità di questo luogo e fra cinque minuti sarete di nuovo là fuori a grufolare con le vostre scrofe!”

Il turista medio subisce il trattamento, si guarda in giro ed esce di nuovo al sole accecante agostano. Io l’ho imitato in tutto, salvo che mentre uscivo speravo vivamente che venisse un terremoto ad abbatterla tutta, questa basilica di maleducati e santi amministratori francescani.

Ma non è finita qui. Il turista avveduto gira sempre con la guida rossa del Touring Club. E capitandogli l’occhio al paragrafo dedicato all’ideologia francescana, il turista si meraviglia e si indispettisce scoprendo che il Francesco fatto santo, un pazzerello rivoluzionario un po’ come sarà stato (immagino) quel tal Gesù di Nazareth, fu, appena morto, incamerato in una tradizione-mito, che doveva servire a rendere il suo esempio non da imitare, ma da adorare. Il buon Buonaventura da Bagnoregio, frate trafficone eletto a capo dell’Ordine dei Francescani nel 1258, dopo trent’anni dalla morte di Francesco, pensò bene di redigere una biografia del santo univoca, detta “Legenda Maior”, completata nel 1263, facendo piazza pulita delle altre non ufficiali allora in circolazione (di cui si scoprì l’esistenza solo nel XIX secolo!).

Questo oggi si chiamerebbe marketing. La figura del santo Francesco fu rivoltata come un guanto, per creare un favoletta che disinnescasse la pericolosità anti-autoritaria della predicazione di Francesco. Ad uso e consumo della comunità francescana e dei fedeli, il suo insegnamento venne distorto e addomesticato: i francescani diventarono così un ordine mendicante (al contrario Francesco indicava che i monaci dovevano vivere del loro lavoro) che poteva accettare denaro, con una divisa, una gerarchia, chiese e case a volontà (mentre Francesco proibiva rifugi che non fossero in paglia, non imponeva divise ma chiedeva povertà e umiltà).

Ed ecco la tegola finale sul capo del turista avveduto e di studi artistici: quei bei cicli sulla vita di Francesco, dipinti da Giotto e aiuti, altro non sono che uno strumento del marketing di frate Bonaventura: la traduzione in immagini della sua “Legenda maior”, compresi i passaggi raffazzonati sulle stigmate di Francesco, probabilmente “inventate” dopo la sua morte. Nel quadro dedicato a questo episodio, un Gesù rivestito di improbabili piume angiolesche (la leggenda diceva che un angelo a sei ali avesse impresso le stimmate sulle mani di Francesco) spara raggi laser sul corpo di Francesco che riceve le ferite alle mani e al costato. In un quadro finale, il povero corpo di Francesco viene disseppellito per mostrare ad un incredulo notabile di Assisi che le stigmate c’erano davvero: servono altre prove, brutti increduli e pagani?

Il resto di Assisi è simile a quello di un paesino dell’Umbria, dove il Medio Evo, per fortuna o purtroppo, sembra non sia finito mai. Ma senza la folla, il rimprovero via altoparlanti e il marketing per affreschi, e di questo il turista, ad Assisi, è molto grato.

Le mie città: Genova
post pubblicato in Le mie città, il 14 giugno 2008
 

A Genova non torno da un sacco di tempo. La ricordo più come una nave che come una città: le strade e le case sono tutte strette davanti al mare, schiacciate contro le colline e gli spazi sono quelli claustrofobici delle navi. C’è anche l’aria di complicità (e di scarsa privacy) che si vive tra gli “imbarcati”, quelli che vivono e lavorano in nave e tornano solo due volte l’anno.

Genova, come tutte le città, si deve scoprire poco a poco. C’è una parte tutta nuova, di palazzoni enormi e modernissimi, poi c’è una parte vecchia e umile, fatta di stradine strette che rimandano ad un qualunque paese di pescatori del Mediterraneo. Ma Genova oggi è un porto commerciale, innanzitutto, e questi vicoli sono roba vecchia, una specie di Venezia, inutile ma conturbante.

Le cose di Renzo Piano sono quelle più eclatanti, il nuovo volto che Genova vorrebbe darsi (anche se a due passi dai moli riqualificati e dal museo-acquario passa una brutta sopraelevata).

Genova ha anche un centro rappresentativo, su cui Rossi ha messo le mani, elevando una mole sproporzionata sopra al teatro Felice. Palazzo Ducale, la Cattedrale e altre chiesine… per Genova si passeggia volentieri.

E si mangia anche volentieri: dal pane del pescatore (un specie di pan di ramerino toscano ma ancora più ricco) alla focaccia di Recco (che fanno come si deve solo a Recco…). Il pesto è spesso una delusione: molto più delicato e evanescente nel gusto rispetto a quello industriale che si consuma nel resto d’Italia, pare per colpa del basilico, che qui è di un’altra specie più delicata al sapore.

Genova è un po’ trasandata, come tutte le città di mare, loghi di passaggio, di tutti e di nessuno. Mi ricorda Ancona, con le enormi gru del porto che fanno di sfondo a quasi tutte le vedute, l’odore di mare marcio che batte contro le navi ormeggiate e contro le banchine, colpi spaventosi di sirene e sagome luminose che si allontano verso il largo, mostri affascinanti e terribili, che se poi uno ci sale, non torna più.


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