
“Dal punto di vista gastronomico le
Marche rappresentano un'identità che va analizzata nei suoi due
principali aspetti, ugualmente determinati a formare sapori e piatti
caratteristici: quello marinaro della costa e quello campagnolo e
montanaro. I centri del litorale, ad esempio, hanno dato origine a
una delle specialità classiche della gastronomia italiana, “il
brodetto marchigiano”: una zuppa di varie specie di pesce. Ogni
paese del litorale ha un proprio particolare brodetto, con
ingredienti leggermente diversi da quelli del paese accanto, ed ogni
cuoco apporta leggerissime modifiche e vanta personali segreti per la
riuscita di questa zuppa che può sicuramente essere presa come
simbolo dell'intera regione.
[…] … il promontorio del Conero
segna il confine geografico di due diversi modi di intendere il
brodetto. Da un lato c'è, infatti, il brodetto all'anconetana, […],
dall'altro, passata Ancona e giunti a Porto Recanati, cambia aspetto
e nella preparazione il pomodoro viene sostituito dallo zafferano e i
pesci infarinati prima di essere messi nel tegame. L'intingolo che ne
risulta è così un poco più denso.
Questo piatto, inoltre, si trova in
tutta la costa, fino al confine con gli Abruzzi dove, per cucinarlo,
è previsto l'impiego del peperoncino.”
M. Burani, L. Mattiello, Marche. A tavola in Italia. Ricette
vini ristoranti, APS, 1990, Modena

“Cacciucco! Lasciatemi far due
chiacchere su questa parola la quale forse non è intesa che in
Toscana e sulle spiagge del Mediterraneo, per la ragione che ne'
paesi che costeggiano l'Adriatico e sostituita dalla voce brodetto.
A Firenze, invece, il brodetto è una minestra che s'usa per Pasqua
d'uova, cioè una zuppa di pane e brodo, legata con uova frullate e
agro di limone. La confusione di questi e simili termini fra
provincia e provincia, in Italia, è tale che poco manca a formare
una seconda Babele.
Dopo l'unità della patria mi sembrava
logica consegunza il pensare all'unità della lingua parlata, che
pochi curano e molti osteggiano, forse per un falso amor proprio e
forse anche per la lunga e inveterata consuetudine ai propri
dialetti.”
Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l'arte di
mangiar bene
Lasciatemi fare due chiacchere sulle
parole vuote che già si spendono e sentiremo spendere in vista delle
celebrazioni spompate dei 150 anni di unità d'Italia. Ma cos'è
stata poi e cos'è oggi questa unità d'Italia?
Il dibattito pare ridursi a due
posizioni superficialissime: da una parte i nazionalisti difensori di
una patria fatta con il sangue degli eroi risorgimentali e ormai
radicata nel cuore di ogni italiano; dall'altra i denigratori
dell'unità, vagheggiatori di una fantomatica nazione padana
(invenzione storica ingenua, degna di uno scolaro somaro delle
elementari...).
Le cose, come al solito, sono molto più
complicate. L'Italia è la nazione degli 8.000 comuni, ognuno con la
sua tradizione, condivisa, ma solo fino ad un certo punto, con i
comuni vicini.
Ne sono testimonianza la lingua parlata
e i dialetti ancora in vita (vedi il precedente post), ne sono
conferma le gastronomie così diverse, la tradizione culinaria, il
cacciucco e il brodetto.
E allora, che senso ha stare a
lambiccare ancora su Garibaldi e Cavour? Cos'è davvero l'Italia,
qualcuno lo sa? Un patchwork senza senso? Un collage tenuto insieme
da quale colla? La pastasciutta e il calcio?
Meditate, italiani, meditate.