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ilblogdellacosa Le cose hanno un fascino misterioso
Me ne vado dal Cannocchiale
post pubblicato in Diario, il 25 settembre 2011
A quanto pare questa piattaforma ha più di un problema. Ho deciso finalmente di trasferirmi ad un nuovo indirizzo. http://il blogdellacosa.blogspot.com Voi 25 lettori, continuate a seguirmi. Grazie

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Non sanno quel che fanno
post pubblicato in Sfoghi, il 5 settembre 2011
Mi riferisco a Berlusconi & company. C'è chi dice che ci fanno. Io dico che ci sono. E che non sanno più che pesci pigliare. Cosa ne possono capire di economia un imprenditore che ha fatto soldi con le tv, ovvero con la finzione? O un ministro dell'economia che insegnava diritto economico? Sì, gente, potevate capirlo prima. Ma non c'è meglio dei fatti, per mostrare quanto valgono le persone! P.S. IL Cannocchiale non mi fa più publicare immagini. Qualcuno sa il perché?
E meno male che i calciatori scioperano
post pubblicato in Diario, il 26 agosto 2011
Così stiamo un altro paio di settimane in pace senza calcio!

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Ikkyu e Giufà: l'abito fa il monaco, sia in Cina che in Sicilia
post pubblicato in Diario, il 25 luglio 2011

Riporto queste due brevi storie perché mi ha fulminato la loro fondamentale identicità.

Il primo racconto è uno dei migliaia di racconti della tradizione buddista, il secondo è una favola popolare della tradizione siciliana (nella sua raccolta, Calvino la indica come catanese). Li trovate entrambi in internet un po' d'apperturro: non c'è copiyright da rispettare, è roba di tutti.

Entrambe, con leggerezza e incisività narrativa, con il minimo di parole e di immagini, ci raccontano un concetto ancora valido: il contenitore è importante spesso più del contenuto. Il che meriterebbe (in futuri post?) gustosi approfondimenti cultural-socilogici.


"Ricchi signori invitarono Ikkyu a un banchetto. Ikkyu arrivò con indosso la sua veste da mendico.
L'anfitrione, non riconoscendolo, lo scacciò.

Ikkyu andò a casa ,indossò l'abito cerimoniale in broccato rosso e tornò. Accolto con grande rispetto, venne introdotto nella sala del banchetto. Qui depose il suo abito da cerimonia sul cuscino dicendo: " Immagino tu abbia invitato la mia veste, dal momento che poco fa mi hai scacciato", e se ne andò."


"Giufà, giacché era mezzo rimbambito, nessuno gli faceva una cortesia, come sarebbe a dire di invitarlo o dargli qualche cosa.

Giufà una volta andò in una masseria, per avere qualcosa. I massari appena lo videro così malandato poco mancò che non gli scagliassero il cane addosso; e lo mandarono indietro più storto che dritto.

Sua madre capì la cosa, e gli preparò una bella camicia, un paio di calzoni e un gilè di velluto.

Giufà, vestito come un campiere, ritornò nella stessa masseria e lì, dovevate vedere che gran cerimonie! … e lo invitarono a tavola con loro. Anche a tavola tutti continuavano con le cerimonie.

Giufà, per non sapere né leggere né scrivere, quando gli servivano il mangiare, con una mano si riempiva la pancia, con l’altra mano ciò che avanzava se lo riponeva nelle tasche, nel berretto, sotto la camicia.

Ad ogni cosa che riponeva, diceva: "Mangiate, vestitini miei, chè voialtri siete stati invitati, non io!"



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Provincie forever: anche il PD vuole tenerle in piedi (o forse no: un giorno chissà quando si saprà)
post pubblicato in Sfoghi, il 6 luglio 2011
Come potete leggere qui, una volta tanto che si torna a parlare di provincie in parlamento (quei quattro lettori fedeli di questo misero blog sanno la mia avversione per la provincia, ente che mangia soldi e impiega gli imboscati dei politici di turno) anche il PD fa la sua bella figura.
Faremo una nostra proposta, dicono. Ma quando? Il vento è cambiato, ma non c'è nessuno che abbia idea di come approfittarne!
Cento, mille anni di provincie e berlusconismo a tutti gli uomini di sinistra: se lo meritano.

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Architetti, fate le scale (consigli quasi seri agli architetti, come li avrebbe scritti Giò Ponti, modestamente)
post pubblicato in Diario, il 6 luglio 2011

La scala è uno dei protagonisti della composizione architettonica.

Salire: percorrere in verticale l'edificio. Avere visioni orginali e inaspettate dello spazio interno dell'edificio (ci aveva già pensato, con successo, Le Corbusiere con la sua "promenade architecturalle"). Salire è una bella esperienza quando si scopre qualche cosa di nuovo.

Oggi le scale sono sempre più spesso cieche, senza viste: salire è un gesto ripetitivo e triste.

L'architetto che vuole strafare farà scale tutte a sbalzo dal muro oppure scale in vetro e acciaio: sono sculture belle da vedere, che però a salirle non dicono niente.

Anche Calatrava ha fatto una scala di vetro a Venezia: che caduta di tono... Quando si vuole guardare cosa c'è sotto una scala, basta sporgersi!

Scarpa faceva scale con tutti i gradini diversi, non in altezza (se no si inciampa) ma in larghezza, texture, materiale. Perché salire le scale è un movimento meccanico acquisito, che si ripete per miglialia di volte nella nostra vita. Far percorrere le scale mantenendo vivo l'interesse è il primo obiettivo dell'architetto.

Le scale devono essere sempre comode e sicure: l'estetica viene dopo. Una bellissima scala scomoda è un delittto, quanto una scala senza parapetto (lasciatela fare agli sprovveduti).


Quanti mazzi di carte da gioco esistono in Italia (o esistevano quando ancora si giocava a carte)
post pubblicato in Italianio ci sarà lei!, il 27 giugno 2011


Parlando di mazzi di carte carte da gioco:

"L'Italia dei paesi, dei campanili, dei principati, delle province, delle tante piccole patrie, la nostra amata astrazione geostorica ha prodotto, usato e coltivato una notevole varietà di sottotipi, e non solo del tipo latino. Difficile dire se oggigiorno di questa peculiarità rimanga ancora molto, o pochissimo, a livello di coscienza nazional-popolare... La televisione non ce ne parla mai, ne sappiamo poco. La Dal Negro, rinomata ditta trevigiana, ha in catalogo una scatola contenente ciò che, mazzo più mazzo meno, è rimasto di questa plurisecolare folla cartacea. Sono 16 mazzi di carte. Stanno li nella scatola, senza presentazioni e/o inquadramenti critici. Ma in effetti si presentano da soli: un campionario d'immagini che è una vera sagra di stampe popolari, abbondante di folkloriche raffinatezze. Troviamo carte con tutti i tipi di semi, con indici o senza (le triestine e le sarde sono tutte indicizzate numericamente, anche le figure), a figure intere o raddoppiate, con i «motti» e non, di formati differenti (le più piccole sono le bresciane, le più grandi le toscano/fiorentine), le siciliane, le lombardo/milanesi, le sarde e le sali-sburghesi hanno disegnini supplementari; ci sono le più diffuse che sono le napoletane e le piacentine; la maggior parte sono 40 per mazzo ma le bresciane e le trentine sono 52, e le trevisane, con due matte, 54...Ma facciamo un minimo d'ordine. Tipo italiano: trevisane, trentine, triestine, bergamasche, bresciane. Tipo spagnolo (i bastoni sono delle clave, e le spade dei gladii): piacentine, romagnole, napoletane, siciliane, sarde. Tipo francese: piemontesi, lombardo/milanesi, genovesi, toscano/fiorentine. Come rappresentante del tipo tedesco troviamo un mazzo di carte salisburghesi, varietà della varietà bavarese, ancora ben diffuse in Alto Adige. Poi troviamo la Primiera bolognese, che sarà pure di tipo italiano, ma forse più di tutti gli altri mazzi presenta l'aria di un romantico alieno.., come di una zingara fuggita dal Paese dei Tarocchi!"


Dario Bonomolo, Dizionario dei giochi carte e tasselli, Editori Riuniti, 1995

La foto è tratta da http://emiliotremolada.wordpress.com/.

Quando gli architetti avevano il taccuino degli schizzi
post pubblicato in Architettura, il 1 giugno 2011


"Before the advent of photography most architects
kept a sketchbook in which they recorded the details of
buildings, which they could refer to when designing. The
fruits of the Grand Tour or more local wanderings
consisted of drawn material supported, perhaps, by
written information or surveyed dimensions."

BRIAN EDWARDS, Understanding Architecture through drawing, Taylor & Francis

C'era un tempo in cui gli architetti giravano con il taccuino e prendevano appunti visivi. Esempi celebri: i viaggi di Le Corbusier (appunti anche minimalissimi) ma anche le visioni di città future di Antonio Sant'Elia  (visioni e non appunti, eppure messe giù su un taccuino).
Oggi c'è la rivista e la fotografia: non c'è bisogno di ridisegnare la realtà. Eppure siamo sicuri di non aver perso qualcosa, in questa occasione persa di "disegnare per capire" che insegnava Carlo Scarpa (professore di disegno, mica di composizione!)?

Meditate, architetti. Meditate.
Italiano, da dove vieni?
post pubblicato in Italianio ci sarà lei!, il 1 giugno 2011
Torno sul tema dell'italianità, che i festeggiamenti, già sfumati, dei 150 anni dalla formazione dello stato italiano, hanno solo sfiorato.
Come si è formata l'idea di uno stato e di un popolo italiano? Soprattutto attraverso la lingua e la letteratura in italiano. Prima con i libri come vettori, poi con la televisione.
Iniziamo dai libri e leggiamo una nuova e interessante rubrica sul ilpost.it : Itabolario.
Avanti tutta con il freno a mano tirato: Catania e il suo PRG (del 1964!)
post pubblicato in Diario, il 26 maggio 2011


A proposito di mancanza di progetti e visioni del futuro nelle italiche genti, o se preferite, in questo caso, nelle sicule genti. Si dà il caso che a Catania da decenni si attende un nuovo PRG. Quello in vigore, redatto da un nome altisonante dell'urbanistica italiana come Piccinato, ormai è cotto e stracotto. Ma non quanto il Regolamento Edilizio, che risale al 1935, diventanto lettera morta e dimenticato anche dal Dipartimento di Urbanistica.
Quelli che per volontà o per necessità mettono il naso in cose di architettura vera, costruita nel mondo comune e non nel paradiso dei grandi musei per grandi architetti, sanno cosa voglia dire questa mancanza. Si brancola nel buio perché mancano norme certe e tutto il potere passa nelle mani dei funzionari, che sono costretti a interpretare le norme in modo discrezionale (e i furbetti approfittano di questi spazi enormi per favori nepotismi mazzette ecc ecc).

Eccoci qua nel 2011. Quando riuscirà Catania a darsi un nuovo PRG? Sono aperte le scommesse. La città intanto paga in occasioni perse nei decenni questo ritardo, paga una rete di favoritismi e vie semilegali per ottenere i permessi, che sarà sempre più difficile estirpare.

Ma tiriamoci su: da poco ha aperto l'IKEA.
Che cos'è l'Italia
post pubblicato in Italianio ci sarà lei!, il 25 maggio 2011


Ecco un articolo in linea con le mie elucubrazioni poco rispettose e problematiche nei confronti del Risorgimento e dell'Italia oggi.
Chi o cosa sono gli italiani? Come nasce la nostra lingua? L'Italia è più frutto di convinzioni di unità nazionale o di effettiva unità di culture?
Leggete, si parla di libri.
De Carlo su Le Corbusier e le sue griglie
post pubblicato in Architettura, il 2 maggio 2011


"In quel periodo tornava spesso nel dibattito architettonico l'immagine della griglia. Nella sostanza era un modello che cercava di spiegare la realtà e di conferirle un ordine comprensibilie. La griglia più famosa dell'epoca moderna è quella delle quattro funzioni, inventata da Le Corbusier pressappoco all'epoca della Carta di Atene. Dire che la vita è scindibile e riassumibile in quattro funzioni (abitare, lavorare, circolare, rigenerare il corpo e lo spirito) piò anche aiutare in prima appsossimazione ad affrontare il problema, ma la griglia delle quatro funzioni non esaurisce le molteplicità della vita umana. Tutt'al più ne disegna una metafora, un poco avara e restrittiva. E bisogna sempre stare attenti con le metafore, perché possono aiutare a capire, ma per la durata di un arco minimo di tempo. Se ci si resta dentro, presi dalla sua suggestione, si perde la capacità di cogliere quello che sembrava suggerire; se ne assume solo la banalità che le deriva inevitabilmente dall'essere una semplificicazione.
Molti architetti avevano creduto sinceramente che la vita si risolvesse in quella griglia di quattro funzioni che li aveva affascinati. Ma non era neanche così sugestiva; anzi, era vaga. Cosa voleva dire, dopo tutto, rigenerare corpo e spirito? Niente di più che fare ginnastica sotto i pilotis e poi correre in tuta sul tetto-giardino, come Le Corbusier aveva suggerito in alcuni disegni della VIlle Radieuse.
D'altra parte Le Corbusier era un architetto di grande qualità, che nelle sue realizzazioni superava tutti i suoi schemi. Ma gli architetti mediocri, che prendevano come oro colato ogni sua dichiarazione, finivano invece per proporre progetti deplorevoli.

[...] Allora andavo frequentemente a Marsiglia [...] Andavo a vedere l'Unité d'habitation, dove Le Corbusier aveva dato una rappresentazione esaustiva e assai stimolante delle sue idee sull'edilizia residenziale.

Un'architettura pensata per l'"uomo nuovo", non per l'uomo che c'è.

Proprio così, per l'"uomo nuovo" come La Corbusier pensava che dovessero essere gli uomini. E sappiamo che questo non è possibile, che non si può dire come debbono essere gli uomini. Gli uomini sono come sono e basta. Ogni volta che qualcuno pensa di poter trasformare l'uomo, e ne ha il potere, finisce col produrre tremendi disastri.

Di Franco Buncuga
Conversazioni con Giancarlo de Carlo
Eleutherà, Milano, 2000
Italia:150 anni di passato, nessuna idea per il futuro
post pubblicato in Italianio ci sarà lei!, il 16 aprile 2011


Non bisogna mai smettere di fare i conti con il proprio passato. Ma bisogna anche avere idee per il futuro. Che dire di un paese come l'Italia che vive un vuoto di pensieri sul futuro da decenni?
Questo è il motivo principale per cui ritengo che il nostro sia un paese in evidente declino. E non c'è sud o nord, destra o sinistra, professori o operai che facciano la differenza.

Forse è per questo che l'architettura è rimasta al palo da anni: a nessuno interessa costruire il futuro, quasi nessuno ha il coraggio di PROGETTARE.
Finalmente una buona idea: aumentiamo le tasse sulla benzina! Che tanto un centesimo in più o in meno...
post pubblicato in Sfoghi, il 28 marzo 2011


Leggete qui questa mesta realtà: la benzina ci costerebbe 70 centesimi se non ci fossero altri 80 centesimi di tasse sopra!
E allora, ecco una idea innovativa del Governo: per mettere qualche soldino in più nel fondo per la cultura (che evidentemente proprio ridurlo a zero è troppo da buzzurri), peschiamo quei due centesimi (o forse uno, si vedrà: non stiamo a fare il pelo all'uovo, per così poco!) dalle tasche degli autisti che, dal benzinaio, intonernno ringraziando arie d'opera o mimeranno scene memorabili di cinepanettoni finanziati con i soldi dello stato.
E non lamentiamoci, perché questo è un governo liberale. Figuriamoci se c'era Bersani!
Garibaldi, i Mille e la sgangherata conquista della Sicilia: parte prima
post pubblicato in Italianio ci sarà lei!, il 22 marzo 2011
  1. Come nacque l'idea della spedizione dei Mille e chi ne preparò la partenza?

Di sicuro, non Cavour, che la ostacolò in continuazione e la temette, per il rischio di compromettere le relazioni internazionali con la Francia, l'Inghilterra e la Russia. Nemmeno Vittorio Emanuele II, che subito si impennò di gelosia verso la bella figura che stava facendo quel Garibaldi, mentre lui, il re, stava a Torino a fare la ciola. Dicono che ne tirasse le trame Crispi. Certo Garibaldi non era un buon organizzatore. La questione logistica delle imbarcazioni, delle armi e delle munizioni, dei mille volontari (forse poco più, forse poco meno) e dei soldi (raccolti pare in Inghilterra e Scozia ma anche negli stati italiani, con sottoscrizioni per la causa unitaria), non era cosa che poteva fare da solo.

  1. Ma chi erano i Mille?

Una raccolta disomogenea e folkloristica di gente, vestita in mille modi diversi, chi con le divise dell'esercito sabaudo appena disertato, chi (un centinaio) con la camicia rossa che diventerà poi famosa. Una buona metà laureati, l'altra metà del ceto medio. Contadini nessuno: l'Unità d'Italia non fu voluta dai poveracci che campavano a stento in tutto il territorio dello stivale. Armi vecchie e arrugginite (Cavour aveva fatto confiscare 500 buone e nuove carabine), munizioni poco e niente.

  1. Perché proprio uno sbarco in Sicilia?

Era iniziata, un mese prima dello sbarco a Marsala dei Mille, una rivolta contro lo stato borbonico, che però era stata repressa e sopravviveva solo in pochi focolai. Garibaldi tentennò fino all'ultimo sul partire o no, per non fare la fine di altri coraggiosi che, trovato poco sostegno popolare, erano finiti nelle mani delle autorità e infine giustiziati. Pare che Crispi abbia falsamente fatto credere a Garibaldi che la rivolta era forte e in pieno corso.

  1. Qual'era l'autorità di Garibaldi per imporre una dittatura militare?

Garibaldi si autoproclamò quasi subito “dittatore”, in nome di Vittorio Emanuele II, Re d'Italia. In realtà, Vittorio Emanuele Re d'Italia non lo era ancora, dato che il Piemonte aveva semplicemente annesso la Lombardia dopo l'armistizio di Villafranca. D'altronde, se le cose si fossero messe male, sia Vittorio Emanuele che Cavour erano pronti a scaricare Garibaldi e il suo seguito come una banda indipendente di rivoltosi senza alcun collegamento con lo stato sabaudo. L'autorità di Garibaldi era solo quella imposta dalle armi (seppur deboli) e dalla millanteria, materia in cui il generale andava forte e che sarà la base del successo dell'impresa.

  1. Come riuscirono mille soldati male in arnese a vincere contro almeno 20.000 soldati inquadrati, con armi e munizioni di qualità e ben posizionati territorialmente?

Se lo chiedono ancora molti storici. La fortuna, l'azzardo, l'abilità di Garibaldi e la forza degli ideali e della disperazione. Sulla strada per Calatafimi, il primo vero scontro, fu una vittoria fortunosa, una scaramuccia confusa vinta con assalti alla baionetta scoordinati, che disorientarono i borbonici, ben appostati su un'altura, in numero tanto maggiore che la proporzione era uno a tre, meglio armati. Quando la vittoria sembrava nelle mani dell'esercito borbonico, il generale Lanza, dalla sua carrozza (aveva settant'anni suonati, non andava più a cavallo) decise che la miglior mossa era di ritirarsi in buon ordine e lasciare il campo ai quasi sconfitti e increduli garibaldini.

La presa di Palermo è ancora più incredibile: la guarnigione contava quasi 17.000 soldati, Garibaldi, con i picciotti, era forse a 3.000. I borbonici erano chiusi in fortificazioni difficilmente espugnabili, forniti di artiglieria, munizioni e viveri. Eppure l'appoggio popolare ai garibaldini, la paura di rimanere isolati dal resto dell'esercito, l'arroganza di Garibaldi li convinse alla resa in cambio di potersi tutti liberamente imbarcare per Napoli.


Altri 2 da leggere e rileggere
post pubblicato in Diario, il 26 febbraio 2011


Sarà la vecchiaia: ne ho dimenticati due di libri da leggere e rileggere e mi tocca integrare.

Jorge Luis Borges: Ficciones. Quasi tutti racconti memorabili. La lotteria, la biblioteca di babele, i sentieri dei giardini che si intersecano (cito a memoria) eccetera eccetera. Memorabile però l'ultimo racconto in cui si teorizza che la vera incarnazione di Cristo è Giuda e non Gesù... Quello che proprio mi piace di Borges è la sua capacità di condensare tante idee in poche righe e di aprire prospettive mostrando percorsi dove il lettore può avviarsi e perdersi da solo.

George Perec: La vita. Istruzioni per l'uso. C'è tanta di quella roba da fare spavento. Perec riscostruisce una comunità, un pezzo di città ma non come una mappa, piuttosto come un pezzo di vita vissuta. Ogni tanto sento la voglia di tornare a guardarci dentro, a perdermi nella realtà parallela del romanzesco, è un Balzac del 900, quello che con la Comedie Humaine vuole scostruire dentro la letteratura uno specchio che rifletta personaggi della vita reale. Non so se Perec voglia ripetere il mondo reale o voglia crearne uno indipendente, una realtà virtuale autosufficiente: sicuramente intriga.
Libri da leggere e rileggere (poi, leggere ancora)
post pubblicato in Diario, il 25 febbraio 2011


In media un italiano non legge neanche un libro l'anno: può perdere tempo a rileggere lo stesso libro? Primo punto: questo post è per quelli che in Italia possono tranquillamente definirsi intellettuali, gente che legge almeno tre libri l'anno. Cari intellettuali, non so se capita anche a voi di rileggere un libro. E non finisce lì. Di leggere per una terza volta e infine pernsare: "quasi quasi tra qualche anno me lo rileggo!".
E' un sintomo chiaro di asocialità, di intellettual-secchionismo o pipe mentali che girano a vuoto. Eppure ci sono libri così densi che per iniziare a capirli, a farli tuoi, a dare del tu all'autore, devi percorrerli più volte.
Basta chiacchere. Vi dico quelli che io rileggo con piacere e con guadagno.

Italo Calvino: Marcovaldo
Sono racconti brevi. Marcovaldo è un personaggio magnifico, un operaio spiantato con la sensibilità poetica delle persone semplici. Un pasticcione buono. Così leggero e godibile Calvino non lo trovate da nessuna parte. Ad ogni rilettura, la freschezza rimane e stupisce.

Roland Barthes: Tutto
Barthes in Italia lo pubblica Einaudi e se lo fa pagare, tranne nelle ultime edizioni tascabili. Ma ogni libro va comprato e letto. Preferisco tra tutti "l'impero dei segni", "frammenti di un discorso amoroso" e "saggi critici" (quest'ultimo varia di dimensioni a seconda dell'edizione che trovate in libreria o in bancarella). Barthes è una fonte di riflessioni senza fine. Leggere, rileggere, ririleggere.

Giò Ponti: Amate l'architettura
Roba per architetti o per amanti dell'architettura e dell'arte. E' scritto per frammenti, si può rileggere e rimuginare a piacere, a piccolo morsi o a grandi abbuffate. Spunti di riflessione a non finire. Contraddittorio come deve essere chiunque voglia parlare schietto e non fare discorsetti teorici sull'arte, come il 98% della critica d'arte che trovate negli scaffali.

Bruno Munari: Da cosa nasce cosa
E' andato e va ancora tanto di moda tra i designer fighetti. Ma rimane un gran personaggio, ironico, diretto, un artista designer, buon comunicatore, sempre curioso, sempre divertito. Brevi saggi illuminanti e irriverenti. Per tutti: e non è da poco spiegare a tutti cose comlicate come il progetto, cose così semplici come un progetto.

Bruno Latour: Non siamo mai stati moderni
A me questo libro ha dato una scossa. Dopo averlo letto non ero più la stessa persona. (Ogni mattina, a ben vedere, non sono più la stessa persona del giorno prima, ma qui entriamo in lunghi, vaghi, ammalianti discorsi). Un saggio da digerire che fa a pezzi la supponenza dei "moderni", che, brandendo la scienza come una spada, pretendono di appartenere ad un presente isolato per sempre da ogni passato. E che mette in crisi il confine tra natura e società.

Paul Feyerabend: Dialogo sul metodo
Le certezze della scienza iniziano a franare. Che c'è di strano? La conoscenza è sempre un cammino, non si arriva mai alla meta. Dunque meglio viaggiare con il proprio spirito critico: "Non ho molto rispetto per quelli che vogliono fare da guida o permettono la formazione di scuole atte a produrre tali "guide". Al contrario, penso che molti dei cosiddetti "educatori" del genere umano siano solo criminali assetati di potere i quali, essendo insoddisfatti della propria meschina personalità, vogliono rengare sulle menti altrui e fanno tutto quelo che possono per aumentare il numero degli schiavi."


Esisto, desidero, pretendo
post pubblicato in Diario, il 6 febbraio 2011

Il movimento operaio per me significava un'etica del lavoro e della produzione, he nell'ultimo decennio è stata messa in ombra. In primo piano sono oggi le motivazioni esistenziali: tutti hanno diritto di godere per il solo fatto che sono al mondo. E' un creaturalismo che io non condivido, non amo la gente per il fatto semplice che è al mondo. Il diritto di esistere bisogna guadagnarselo, e giustificarlo con quello che si dà agli altri. Per questo mi è estraneo il “fondo” che oggi unifica l'assistenzialismo democristiano e i movimenti di protesta giovanile.

Italo Calvino, Sitazione 1978, intervista raccolta in Eremita a Parigi, Oscar Mondadori, 2002


si ha sempre più l'impressione che le persone desiderino – nel senso del desiderio amoroso – perché si è loro mostrato che bisogna desiderare. E' questo uno dei risultati della cultura di massa. Questa civiltà dell'immagine ci dice che bisogna amare il corpo, proponendoci dei modelli, al cinema o nella fotografia pubblicitaria.

Roland Barthes, Il corpo ancora, trascrizione di intervista televisiva, contenuto in Il senso della moda, a cura di G. Marrone, Einaudi, 2006


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Sono su Flickr
post pubblicato in Diario, il 20 gennaio 2011
Ho scoperto, con la velocità degli anziani dentro qual io sono, anche questo sito qui. E ci vado caricando immagini, per ora le illustrazioni per bimbi (poche, pochissime) che ho fatto negli ultimi mesi per divertimento o per regalo ( ma sempre per divertimento). Poi proseguirò con quadri, disegni e magari anche foto.
Se volete sbirciare...

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Brodetto o Cacciucco? Note sull'unità gastronomica d'Italia
post pubblicato in Italianio ci sarà lei!, il 24 novembre 2010


“Dal punto di vista gastronomico le Marche rappresentano un'identità che va analizzata nei suoi due principali aspetti, ugualmente determinati a formare sapori e piatti caratteristici: quello marinaro della costa e quello campagnolo e montanaro. I centri del litorale, ad esempio, hanno dato origine a una delle specialità classiche della gastronomia italiana, “il brodetto marchigiano”: una zuppa di varie specie di pesce. Ogni paese del litorale ha un proprio particolare brodetto, con ingredienti leggermente diversi da quelli del paese accanto, ed ogni cuoco apporta leggerissime modifiche e vanta personali segreti per la riuscita di questa zuppa che può sicuramente essere presa come simbolo dell'intera regione.

[…] … il promontorio del Conero segna il confine geografico di due diversi modi di intendere il brodetto. Da un lato c'è, infatti, il brodetto all'anconetana, […], dall'altro, passata Ancona e giunti a Porto Recanati, cambia aspetto e nella preparazione il pomodoro viene sostituito dallo zafferano e i pesci infarinati prima di essere messi nel tegame. L'intingolo che ne risulta è così un poco più denso.

Questo piatto, inoltre, si trova in tutta la costa, fino al confine con gli Abruzzi dove, per cucinarlo, è previsto l'impiego del peperoncino.”

M. Burani, L. Mattiello, Marche. A tavola in Italia. Ricette vini ristoranti, APS, 1990, Modena


“Cacciucco! Lasciatemi far due chiacchere su questa parola la quale forse non è intesa che in Toscana e sulle spiagge del Mediterraneo, per la ragione che ne' paesi che costeggiano l'Adriatico e sostituita dalla voce brodetto. A Firenze, invece, il brodetto è una minestra che s'usa per Pasqua d'uova, cioè una zuppa di pane e brodo, legata con uova frullate e agro di limone. La confusione di questi e simili termini fra provincia e provincia, in Italia, è tale che poco manca a formare una seconda Babele.

Dopo l'unità della patria mi sembrava logica consegunza il pensare all'unità della lingua parlata, che pochi curano e molti osteggiano, forse per un falso amor proprio e forse anche per la lunga e inveterata consuetudine ai propri dialetti.”

Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene



Lasciatemi fare due chiacchere sulle parole vuote che già si spendono e sentiremo spendere in vista delle celebrazioni spompate dei 150 anni di unità d'Italia. Ma cos'è stata poi e cos'è oggi questa unità d'Italia?

Il dibattito pare ridursi a due posizioni superficialissime: da una parte i nazionalisti difensori di una patria fatta con il sangue degli eroi risorgimentali e ormai radicata nel cuore di ogni italiano; dall'altra i denigratori dell'unità, vagheggiatori di una fantomatica nazione padana (invenzione storica ingenua, degna di uno scolaro somaro delle elementari...).

Le cose, come al solito, sono molto più complicate. L'Italia è la nazione degli 8.000 comuni, ognuno con la sua tradizione, condivisa, ma solo fino ad un certo punto, con i comuni vicini.

Ne sono testimonianza la lingua parlata e i dialetti ancora in vita (vedi il precedente post), ne sono conferma le gastronomie così diverse, la tradizione culinaria, il cacciucco e il brodetto.

E allora, che senso ha stare a lambiccare ancora su Garibaldi e Cavour? Cos'è davvero l'Italia, qualcuno lo sa? Un patchwork senza senso? Un collage tenuto insieme da quale colla? La pastasciutta e il calcio?

Meditate, italiani, meditate.

Sfoglia agosto